Antica grecia e natura. Un rapporto controverso.

Nel mondo greco la natura era profondamente sentita e l'ambiente era avvertito come un insieme unitario, di cui l'uomo faceva parte a pieno titolo, accanto ad altre presenze, o sopra di loro, unico e indiscusso dominatore. Un rapporto ambivalente che ritorna nell’immaginario artistico dell’epoca, in cui la natura appare come locus amenus e locus horridus.

La letteratura greca è ricca di similitudini che avvicinano atteggiamenti e avvenimenti umani a fenomeni naturali o ai comportamenti della fauna. Questo dato, da solo, ci può dare idea della profonda conoscenza da parte degli antichi greci del mondo circostante. E la famosa armonia che informa l’arte e le attività umane del popolo greco antico è fondata sul sentimento latente di continuità del rapporto uomo-natura.

Un sentimento, tuttavia, ambiguo. La natura, infatti, è concepita sia locus amenus, di pace, serenità, meraviglia, sia come locus horridus, ferino, pericoloso, instabile.

I filosofi furono i primi a esprimere pienamente questo controverso immaginario.

Platone arrivò a negare la bellezza della natura. Aristotele, invece, intendeva la natura come un regno retto da ferree leggi gerarchiche e rapporti di forza, al cui apice metteva l’uomo. Idealmente, ne giustificava abusi, atteggiamenti di supremazia e dominio.

Teofrasto fu il primo a rifiutare l’utilitarismo aristotelico e ad avvicinarsi alla natura con spirito empirico, fino a comprendere molti dei meccanismi ecologici che agiscono all’interno di un ecosistema. Successivamente, Pitagora e Plutarco espressero la necessità di norme che regolassero le relazione tra esseri umani ed animali.

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