
Si sa, i bambini sono più attratti da gelati e caramelle, che dai frutti della terra. E allora la mamma sfodera il famoso detto per persuadere i suoi pargoli a fare uno scorta di vitamine e minerali sotto forma di polpe succose e foglie croccanti: “una mela al giorno leva il medico di torno”. Perché sa che mangiare frutta e verdura fa bene a tutti, soprattutto ai bambini.
Eppure, la mela della salute e la carota ipervitaminica possono essere addirittura velenose.
Lo rivelano recenti studi, che mettono in evidenza quanto i residui di pesticidi impiegati nella coltivazione di frutta e ortaggi siano tossici per i neonati e i bambini al di sotto degli undici anni.
In Italia, è stata Legambiente a puntare il dito su questo fenomeno inquietante, con il Dossier “Pesticidi nel piatto”.
In Calabria su una sola ciliegia, regolare secondo la legge, sono stati trovati 3 pesticidi (paration, clorpirifos e metidation). 19 peperoni sui 76 prelevati dai mercati dell’Emilia e provenienti dalla Spagna, sarebbero fuorilegge perché contaminati da un fungicida vietato nel nostro Paese; sempre in Emilia Romagna, della 218 mele controllate, solo 50 (il 22,9%) sono risultate “senza residui rilevabili”, a fronte di ben 168 (il 77,1%) contaminate, di cui 10 fuori legge. In Trentino-Alto Adige il 50% dell’uva analizzata (7 su 14 campioni) risulta irregolare perché contenente, in 6 casi, sostanze vietate in Italia. L’Arpa di Trieste ha trovato tracce di Ddt in ciliegie, mele e carote; in Liguria il Ddt è stato trovato in salvia, origano e sesamo, in cui come nel pepe è stato addirittura trovato del lindano (vietato da anni, al pari del Ddt).
Ma perché sono i bambini i soggetti più a rischio?
Secondo Legambiente le norme che regolano i limiti di tossicità dei residui dei pesticidi sono calcolate su persone di un minimo di 60kg, quindi sono appena valide per la tutela della salute degli adulti, ma assolutamente insufficienti per i bambini. La legge emendata nel 1968, poi, non tiene conto della compresenza di principi attivi, dagli indubbi effetti cancerogeni, quali il Procimidione, il Captano o il Vinclozolin. Sensibilissimi, poi sarebbero gli effetti sugli organi riproduttivi subite dalle bambine, nella fascia d’età compresa da zero a dodici anni. E visto che l’assunzione (diretta, per via alimentare, o indiretta, attraverso la placenta) di inquinanti ambientali come i pesticidi può alterare lo sviluppo del sistema nervoso centrale, l’Epa ha addirittura messo in relazione l’aumento vertiginoso di patologie comportamentali (letteralmente esplosi in questi ultimi ani negli Usa) anche con l’aumento delle assunzioni di questi inquinanti.
Per ora, solo i bambini nutriti con frutta e verdura provenienti da coltivazioni biologiche possono essere davvero sicuri che la “mela al giorno levi il medico di torno”, presentando concentrazioni di residui da pesticidi addirittura sei volte inferiori rispetto ai coetanei che assumono ortaggi coltivati in maniera convenzionale.
Da oggi solo ortaggi biologici nei piattini dei nostri pargoli?
A quanto pare sì. Come si riconosce un ortaggio di provenienza biologica? é davvero più sicuro? Ma possiamo essere sicuri sull’efficienza dei controlli?
Restate in linea.

Luciano Panunzi








