Il business del rifiuto

Giugliano in rivolta contro la riapertura della discarica di Sette - Cainati, per lo smaltimento di centocinquantamila tonnellate di rifiuti, riporta alla ribalta della cronaca il problema dello smaltimento dei rifiuti in Italia e delle normative che lo regolamentano. Che spesso finiscono con il fare il gioco dell’ecomafia. Un mini focus sull’ecomafia.

Giugliano: Il 23 maggio 2004 il prefetto Catenacci firma l’ordinanza di
requisizione della discarica di Giugliano, in provincia di
Napoli. L’invaso viene affidato a una società pubblica composta da tre consorzi
di bacino della Provincia di Napoli e di Caserta.

Prima di questa data, la discarica non era funzionante da tempo e la promessa
delle autorità competenti di non riaprirla mai più permetteva
ai cittadini di dormire sonni tranquilli.

Poi, l’emergenza: 150.000 tonnellate di rifiuti da smaltire,
e il prefetto requisisce l’invaso.

A complicare la situazione, la compravendita di cui è stata
oggetto la discarica nei quattro giorni successivi alla autorizzazione del
progetto esecutivo: i proprietari vendono, per 145.000 euro, il sito a una
società costituita di fresco, che a sua volta lo rivende al prezzo di 650.000
euro al Fibe, azienda che smaltisce i rifiuti nella regione, per poi sciogliersi
subito dopo la compravendita.

Se c’è qualcosa che puzza, in questa vicenda, non sono solo i
rifiuti!

Ma Giugliano è solo l’ennesima notizia di cronaca, la testimonianza di una
reazione esasperata, come molte si sono prodotte in Meridione di recente
(ricordate Scanzano Ionico e i “moti” di Pianura?), in regioni devastate da
discariche abusive, dove vengono riversati rifiuti di ogni
genere, a unico beneficio delle “ecomafie”.

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