
Un mondo per molti aspetti ignoto, quello della biopirateria, che Vandana Shiva, massima esponente dell’ambientalismo a livello mondiale, illumina con acume e competenza.
Protagonisti e complici della “storia” sono scienziati e ricercatori al soldo delle multinazionali, che setacciano i quattro angoli del mondo a caccia di semi, piante, specie vegetali da brevettare e lanciare in esclusiva sul mercato globale. Vale a dire: permettere alle stesse multinazionali di rivendere a prezzi esorbitanti conoscenze, tradizioni, forme di vita endemiche ai contadini che, da secoli, le hanno scoperte, selezionate e coltivate. Ma non solo. È possibile proibire a questi contadini di utilizzare le sementi acquistate dopo il primo raccolto. Oppure, vincolare la coltivazione all’uso di pesticidi prodotti dallo stesso laboratorio che ha manipolato e brevettato i semi. Ma può succedere anche il contrario, ossia che una specie meno competitiva di altre sul mercato, perché legata a abitudini alimentari localizzate, può essere portata all’estinzione a vantaggio di un’altra di più facile commercializzazione. E tutto grazie agli accordi internazionali del Wto e alle leggi dei paesi ricchi.
Così, partendo dalle insidie della ricerca scientifica, l’autrice analizza inevitabilmente gli abusi della legge. Ma si interroga anche sul fine stesso della ricerca, sul rispetto per la vita e la diversità, sull’importanza della condivisione del sapere e delle risorse.
La salvaguardia dell’ambiente si lega all’etica, alla politica e all’economia, a questioni più profonde che hanno bisogno di risposte più complesse che, immaginiamo, il (pigro) pessimismo sulle sorti del pianeta: valori, modelli, strutture, alternative a quelli che sostengono la globalizzazione.
Vi sembra un azzardo? Be’, Vandana Shiva sembra aver fatto propria la lezione di Napoleone, secondo il quale “posti a livello minore, i problemi non hanno risposta”. Siamo d’accordo.

Luciano Panunzi








