Chi ha paura de L’alba del giorno dopo?

Che il nuovo film di Emmerich, già osannato regista di Indipendence Day, abbia smosso le acque del dibattito sulle più urgenti questioni ambientali, è senza dubbio una notazione di merito. Ma siamo sicuri che lo spettatore, spaventato dalle cupe visioni apocalittiche, non torni a casa portando con sé solo un rassegnato pessimismo? Una breve riflessione.

“L’alba del giorno dopo” (The day after tomorrow) ha tutti gli elementi per sbancare il botteghino. Ma, a differenza del classico colossal apocalittico, qui la democrazia mondiale e la qualità della vita sul pianeta sono minacciate da un disastro ambientale inarrestabile: i ghiacciai si sciolgono con rapidissima velocità nell’emisfero boreale e australe, e le acque dolci riversate nell’oceano bloccano la Corrente del Nord Atlantico, motore del clima mondiale, provocando una nuova era glaciale.

Lo spunto è interessante e originale. La pellicola mette in scena ciò che davvero ci aspetta sulla soglia del prossimo futuro, e non fa che esasperare i messaggi che da anni ci arrivano dai più quotati esperti in fatto di effetto serra, clima impazzito, scioglimento dei ghiacciai, estinzione della biodiversità, pericolo per ogni specie vivente, umana, animale e vegetale. Scavalcando i mille e più anni previsti dai climatologi veri, nel film la nuova glaciazione si produce in meno di una settimana, lasciando fatalmente impreparati miliardi di abitanti della fascia a nord dell’equatore.

Il messaggio è chiaro e colpisce con forza la sensibilità degli spettatori: i responsabili dell’effetto serra, con la forsennata produzione di CO2 correlata alle attività industriali, sono i Paesi del G8, e vengono puniti dalla Natura per la loro follia e per la loro ottusità. Il fatto che la vicenda sia ambientata negli States, guidati da un premier ottuso e dal suo impossibile “vice”, è un monito al governo americano che si rifiuta ancora di firmare il Protocollo di Kyoto (ma non è il solo).

Scienza, attualità, etica: i nodi dell’ambiente tirano su più fronti per essere anche solo discussi.

Ma, c’è sempre un ma, soprattutto quando ci troviamo di fronte a quella che, esplicitamente, è la solita “americanata” (che nonostante tutto si conclude all’insegna di un facile buonismo): e chi lo dice che il mondo, per essere sensibilizzato sulle questioni ambientali più scottanti, debba essere spaventato a morte? Non sarà che a furia di gridare al lupo, nessuno ascolti più?

Cito Piera Gioda, nell’introduzione agli atti del convegno “CEM”:

“(nella ricerca pedagogica sull’educazione ambientale) abbiamo accentuato troppo il tasto dell’allarmismo: le catastrofi ambientali, il buco nell’ozono, la distruzione della terra da parte dell’uomoÂ… Un’educazione impostata su tale modello è stata studiata da vari psicologi, come Parknas nel libro Attivi per la pace, essa genera blocco delle energie, rassegnazione, deresponsabilizzazione. È possibile spaventare le persone perché lavorino per la pace, per la giustizia, per la Terra? Più si insiste con toni terroristici sulla gravità di un problema, più può apparire titanico lo sforzo per cambiare. E si sa che di Titani non ce ne sono molti in giro. Per un meccanismo difensivo della psiche, quando ci si sente minacciati nella propria integrità, si tende ad allontanare da sé la minaccia, ad esempio elaborando spiegazioni del tipo: “io speriamo che me la cavo”, “non può capitare a me”, “cambiamo canale e cerchiamo un programma un po’ più allegro”. Insomma: la fuga, la passività, l’impotenza.”

E allora, siamo onesti: chi non è stato tentato di etichettare il finale del film come “esagerato”? Chi non ha fatto leva sulla rapidità degli eventi disastrosi nel film, che, lo sappiamo tutti, nella realtà, invece, saranno stemperati e forse, chissà, controllati nel tempo, per scrollarsi di dosso la paura trasmessa dalla visione? Consolazione o implacabile senso di impotenza. Queste le reazioni più diffuse al film. E quel che è peggio, è che proprio l’esagerata repentinità degli eventi (dettata dal registro cinematografico), che scatena suspence e paura, è stato l’elemento cardine delle argomentazioni dei detrattori: governi, scienziati di parte, in primis.

Eppure c’è una scena in tutto il film che merita ammirazione: la lunga carrellata d’esordio su uno sconfinato ghiacciaio, circondato dalla massa immobile di un mare antartico di una trasparenza inaudita. Solo un piccolo scorcio della bellezza sconfinata della Terra che calpestiamo. Ed è su questa bellezza glaciale, più che sull’orrore della glaciazione, che dobbiamo concentraci. Chissà che la nostalgia per ciò che stiamo perdendo non sia proprio il pungolo giusto per risvegliare la nostra sensibilità ambientalista…

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