
La Commissione baleniera internazionale (International Whaling Commission) è l’organo esecutivo della Convenzione internazionale per la regolamentazione della caccia alle balene, stipulata a Washington nel 1946. Già allora, infatti, sette delle tredici specie di grandi cetacei erano vicine all’estinzione. La Commissione si riunisce una volta all’anno, con circa 60 paesi impegnati a decidere la politica sulla caccia dei cetacei a livello mondiale, alla ricerca del difficile compromesso tra la conservazione delle popolazioni di balene e lo sviluppo dell’industria baleniera.
Fra i temi in discussione di quest’ultimo vertice, le misure di protezione per alcune specie (balena grigia, soprattutto), l’individuazione di aree da destinare a santuari per le balene, le restrizioni su numero e dimensioni dei cetacei cacciabili, aree e stagioni di caccia.
Nonostante pericolose impasse, il fronte dei conservazionisti (di cui fa parte l’Italia, nella Commissione dai primi anni ’90) è riuscito a portare a casa una schiacciante vittoria sul “cartello” delle nazionali baleniere stretto intorno a Giappone, Norvegia, Islanda, che mal digeriscono le restrizione imposte dalla moratoria del 1986 contro la caccia a scopo commerciale.
Sono state respinte, in particolare, le due risoluzioni presentate dal Giappone per aumentare il numero di animali, di specie Bryde e Minke, da cacciare per scopi scientifici. In secondo luogo sono stati bocciati alcuni emendamenti che avrebbero modificato l’Rms (Revised Management Scheme, lo schema che regola la caccia alle balene) fino gettare le basi per la riapertura della caccia commerciale alle balene, con la sospensione per cinque anni della moratoria del 1986. Comunque il punto verrà ridiscusso nella riunione dell’Iwc che si terrà in Corea a giugno 2005.
Contrariamente a quanto sperato dalla delegazione giapponese, è stata poi confermata e prorogata l’attività fino al 2014 del “Santuario Southern Ocean” (Sos), che preserva i cetacei nelle acque dell’Antartide, avviando ricerche scientifiche e promuovendo attività economiche alternative come il whale-watching. L’intento del Giappone, invece, era quello di mettere in discussione Il Sos e di arrivare, addirittura, a cancellarlo, nella prospettiva di stanare con gli arpioni le balene nel cuore delle loro principali aree di riproduzione e di alimentazione.
Quarto punto a favore del “partito delle balene” è il consenso all’adozione di misure contro la sofferenza dei mammiferi marini durante la caccia, in vista della messa al bando degli attuali arpioni con esplosivo. Gli arpioni si conficcano nelle carni e spingono le balene a una fuga forsennata, in preda a dolori lancinanti, che può durare anche 72 ore.
Solo per un soffio, il fronte per le balene non ha ottenuto l’approvazione dei progetti di ampliamento della rete di aree marine protette e della creazione di due nuovi santuari, proposti da Australia, Nuova Zelanda, Brasile e Argentina. In entrambe le votazioni non si è raggiunta la necessaria maggioranza qualificata dei tre quarti dei membri.
I balenieri, invece, hanno ottenuto solo una concessione: il riconoscimento del diritto di pesca alle comunità locali che pescano i “giganti del mare” per tradizione culturale e gastronomica.
Eppure gli ambientalisti e i rappresentanti delle Ong accorsi al vertice si dicono pessimisti, e parlano addirittura di una situazione di stallo, soprattutto in riferimento alla (non)decisione sugli emendamenti all’RMS, che ha rivelato un pericoloso cedimento all’interno del fronte dei conservazionisti.
In sede di dibattito un gruppo di paesi (Svizzera, Olanda, Spagna, Irlanda, Stati Uniti) si è staccato dalla maggioranza che difende la moratoria, ponendo in termini di ultimatum l’approvazione di un nuovo RMS (schema di management della caccia) che avrebbe gettato i presupposti per la sospensione della moratoria. L’opposizione, rappresentata da Australia, Nuova Zelanda, Regno Unito, Germania, Messico, Brasile e Italia è riuscita solo a congelare la proposta, che verrà ridiscussa nel prossimo vertice.
Ma per l’appuntamento del 2005 a Seul il destino delle balene potrebbe essere tragicamente segnato. Il rischio è che la maggioranza semplice, che fino ad ora è stata dei Paesi contrari alla caccia, in futuro possa passare al blocco dei favorevoli, e che molti dei paesi membri possano cedere alle attività di reclutamento da parte del Giappone, sempre più aggressive e pressanti, che addirittura prospettano aiuti economici (è il caso dei paesi caraibici) in cambio di voti.
Inoltre, se è vero che la moratoria resta in vigore, è vero anche che Giappone, Islanda e Norvegia possono continuare la caccia ai “giganti del mare”. E non solo in virtù del riconoscimento al diritto di pesca per le comunità locali. Le tre nazioni baleniere possono contare su bel altri due escamotage: il diritto di obiezione e la concessione a uccidere una quota annuale di balene per studi scientifici, scavalcando non solo la moratoria ma anche la mozione contro le sofferenze animali.
Grazie a questi due “assi nella manica”, dal 1986 a oggi sono state uccise 25 mila balene, 1400 solo nei primi sei mesi del 2004.
Per l’Islanda e il Giappone, il pretesto è studiare la dieta estraendo il contenuto dello stomaco e determinare l’età a partire del tessuto auricolare dei cetacei morti. Ma le (false) motivazioni scientifiche risiedono anche nell’eccessiva quantità di pesce che i cetacei mangerebbero.
Che fine faranno le carni, il grasso e le ossa delle balene uccise? Ovviamente saranno distribuiti sul territorio. Le balene, come si dice, sono come i maiali: non si butta via nulla, e ogni parte del corpo del mammifero acquatico può essere riversato sul mercato con fatturati da copogiro. Solo nel 2003, gli “scienziati” nipponici hanno distribuito 3000 tonnellate di carne di balena per un valore di 52 milioni di dollari (fonte Greenpeace) nei piatti dei loro ristoranti.
La Norvegia, invece, avvalendosi del diritto di obiezione, che esercita dall’approvazione della moratoria contro la caccia, abbatterà 700 balenottere minori per puri scopi commerciali e di approvvigionamento locale. Formalmente, la Norvegia non viola alcuna legge, anche se de facto mina un accordo internazionale e assottiglia le speranza di sopravvivenza per i cetacei che vivono nei mari artici e a largo delle coste dell’ex Unione Sovietica, minacciati dal traffico marittimo, dall’inquinamento (chimico e acustico) legato, soprattutto, alle trivellazioni petrolifere nella zona.
Balene salve a metà, quindi. Achab ha molti alleati e affila gli arpioni…

Luciano Panunzi








