Balene: Dalla parte di Moby Dick.

Balene salve a metà. Questo, in sintesi, l’esito dell’ultimo vertice annuale dell’IWC a Sorrento. Ma, in attesa del prossimo incontro e della decisione definitiva sull’RTS, quali sono le iniziative e gli strumenti che possono dare man forte alle balene nella loro lotta per la sopravvivenza?

Visita l’Islanda

“Prenderei seriamente in considerazione l’idea di recarmi in Islanda per turismo invece che verso un’altra destinazione, se il governo dell’Islanda smettesse di cacciare le balene. Sarei disponibile a ricevere una e-mail informativa sulle opportunità turistiche in Islanda non appena il governo islandese interromperà il suo programma di caccia alle balene.”

È il testo della petizione, sottoscrivibile sul sito di Greenpeace italia, che mira a sollecitare da parte del governo islandese l’abbandono della crudele mattanza di cetacei che insanguina i mari artici. La petizione batte su un tasto molto delicato per l’Islanda, dove il turismo rappresenta la seconda industria per dimensioni e fatturato.

La petizione, che ha già ottenuto 58.000 firme, rientra nell’iniziativa “Visita l’Islanda” che gode della ideale complicità dell’ente turistico islandese, dell’Associazione Whale Watchers e il Husavik Whale Watching Centre, tutti contro il ritorno alla caccia. La petizione, inoltre, è collegata alla storica “Campagna Oceani e Balene”, avviata nel 1975. Attraverso le azioni dirette e non violente in mare, la denuncia di attività illecite all’opinione pubblica e le pressioni politiche, l’attività di Greenpeace ha svolto un ruolo decisivo nell’introduzione, da parte dell’IWC, della moratoria del 1986 sulla caccia alle balene.

CITES

CITES è l’acronimo della Convenzione sul commercio internazionale di specie di fauna e flora minacciate d’estinzione (Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora) più nota come Convenzione di Washington. Si tratta dell’accordo internazionale tra governi - siglato nel 1960 – per il controllo del commercio di animali e piante (vivi, morti o parti e prodotti da essi derivati). Lo sfruttamento commerciale è, insieme alla distruzione degli ambienti naturali, una delle principali cause del rischio di estinzione per numerose specie.

La CITES fa parte delle attività del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) ed è stata sottoscritta dall’Italia nel 1980. Viene applicata in oltre 130 Paesi del mondo. A scadenza periodica l’elenco delle specie a rischio viene aggiornato da commissioni di biologi e ricercatori.

Tra i prodotti in elenco figura anche la carne di balena, la cui commercializzazione è vietata in oltre 130 Paesi del mondo.

WWF e GREENPEACE insieme contro le spadare

La pesca accidentale con le reti derivanti, dette anche spadare, è una delle maggiori cause di morte di cetacei. Ogni anno sarebbero oltre 300.000 gli esemplari uccisi: balenottere, capodogli, delfini e stenelle, ma anche esemplari di specie rare come squali, razze e tartarughe marine. Sebbene siano state bandite dall’Unione Europea nel 2002, le spadare sono ancora molto diffuse, proprio nel Mediterraneo. Le zone “calde” per questo metodo di pesca: Sicilia (isole Eolie, il catanese), Sardegna sud occidentale (Calasetta e isola S. Antioco) basso Lazio (Isole pontine), Calabria (Bagnara).

Con la nuova iniziativa contro le spadare fuorilegge, WWF e Greenpeace mirano a difendere i cetacei sollecitando l’istituizione di una task force che coordini severe attività di controllo e repressione dell’uso delle spadare in tutta Italia e che promuova aggiornamenti periodici sulle attività condotte; l’avvio immediato di tutti gli accertamenti necessari per verificare possibili frodi relative al Piano di riconversione delle spadare; la reale dismissione delle reti spadare per tutte quelle imbarcazioni che hanno ricevuto i fondi dallo Stato per la riconversione con il divieto di detenzione a bordo delle stesse e la consegna allo Stato delle reti con la successiva loro distruzione.

Santuari per cetacei e whale-watching

Tra le misure “istituzionali” volte al controllo della caccia ai cetacei, la Commissione baleniera internazionale ha designato aree di protezione in cui le popolazioni di balene possono riprodursi, nutrirsi e proseguire nel loro lento cammino di ripopolamento della specie. Il primo santuario fu creato in Antartide nel 1938 (a sud del 40°S tra i 70°W e i 160°W di longitudine). In questo settore non aveva ancora preso piede la caccia a scopi commerciali dei cetacei, e l’istituzione del santuario mirava a mantenere la condizione di immunità per le balene che popolavano quelle acque. Il santuario fu mantenuto fino al 1955, quando l’area fu riaperta alla caccia per tre anni, per ridurre l’incidenza della mattanza nel resto dell’Antartico. Seguì poi nel 1979 il santuario dell’Oceano Indiano, che protegge i luoghi dove tre quarti delle balene del mondo si recano per nutrirsi. Nel 1993 in Italia, grazie anche all’impegno di Greenpeace, è stato istituito il Santuario del Mar Ligure.

Eppure, ogni anno, ad ogni nuova riunione della Commissione Europea, le nazioni baleniere spingono per l’abolizione di questi santuari, o per la loro momentanea sospensione.

I Santuari offrono un’opportunità unica per promuovere la conservazione delle specie e le attività di ricerca nel rispetto degli animali, quali le spedizioni periodiche per censire le specie, identificare e fotografare i singoli esemplari e monitorare le condizioni dell’ambiente oceanico.

Tuttavia, nonostante gli indiscutibili benefici dei santuari, nel corso delle annuali riunioni della Commissione baleniera dal 1988 in poi, nessuna delle proposte di attivazione di nuove aree di protezione nell’Oceano Pacifico, altra zona calda per la riproduzione dei cetacei, ha ottenuto il numero di voti sufficiente per l’approvazione. L’esito del voto è dipeso dall’opposizione di sei paesi dei Caraibi orientali, che hanno venduto il proprio appoggio al blocco dei balenieri in cambio di consistenti aiuti economici da parte del Giappone.

Eppure, gli ambientalisti possono puntare su un’arma di persuasione altrettanto efficace. Si tratta del whale-watching, pratica turistica diffusa nelle aree dei santuari, con un impatto ambientale irrisorio e ricavi in miliardi di Euro annui, derivati anche dal fiorire di strutture alberghiere, di ristorazione, produzione di gadget e souvenir tipici, nel rispetto delle balene e dell’identità locale.

Per il whale-watching in Italia:

Associazione Battibaleno (Liguria)

Delphinia (Liguria)

Associazione Blu Blu (Sardegna)

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