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Adam Smith: il padre dell'economia

Adam Smith è da molti considerato come “il padre” dell’economia politica ed il fondatore della prima vera “scuola economica”: quella classica. In realtà, non è proprio[...]

Adam Smith è da molti considerato come “il padre” dell’economia politica ed il fondatore della prima vera “scuola economica”: quella classica.

In realtà, non è proprio così. Infatti, già prima di Smith numerosi pensatori e studiosi pubblicarono ed elaborarono importanti teorie in campo economico, fondando “gruppi di pensiero” (che forse non meritano il nome di vere e proprie “scuole” in quanto non sempre organiche e sistematiche) di indubbio rilievo. Basti pensare ai mercantilisti, ai bullionisti, ai fisiocratici di Quesnay ed alcuni altri ancora…

Adam Smith nacque nel 1723 in Scozia, studiò a Glasgow (dove ebbe come maestro il filosofo Hutcheson) e poi a Oxford. Fu insegnante di logica e filosofia morale (mai di economia… poichè non esisteva ancora come scienza autonoma!), poi precettore privato ed infine funzionario doganale, fino alla morte giunta nel 1790.

A parte il fatto che Smith fu prima di tutto un grande filosofo (docente di filosofia morale), occorre sottolineare come l’opera per la quale viene solitamente ricordato, cioè “La ricchezza delle nazioni” (titolo intero “Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni”) sia solo una parte di un’opera più complessa e, in ogni caso, non sia l’unica opera del nostro autore scozzese. Almeno altrettanto importante è, infatti, la Teoria dei sentimenti morali del 1759.

Normalmente Smith è ricordato per alcune sue idee di fondo, che qui riportiamo sinteticamente.

1. L’egoismo. Nella sfera economica l’agire umano è mosso da impulsi di natura sostanzialmente egoistica e individuale (self-interest), ma tale competizione non porta alla sopraffazione e alla violenza (come sosteneva il filosofo Hobbes), bensì porta a un incremento del benessere collettivo. In uno dei passi più famosi e citati, Smith scrive:

“Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse. Noi non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo e con loro non parliamo mai delle nsotre necessità, ma dei loro vantaggi”

L’egoismo del singolo porta quindi ad una situazione di efficienza collettiva, cioè gli individui sono in grado di servire l’interesse collettivo perseguendo il proprio interesse personale.

2. La centralità del mercato. L’egoismo del singolo può tradursi nel benessere collettivo solo se l’attività economica si svolge nel mercato concorrenziale, purchè opportunamente regolato. Questa centralità del mercato di libera concorrenza ed il fatto che l’egoismo dei singoli porti al benessere collettivo sono il fondamento della nota teoria della “mano invisibile“. Molti fanno erroneamente di Smith il paladino del libero mercato e del liberismo più sfrenato. In realtà, Smith dichiara apertamente ed in modo inequivocabile che la centralità del mercato non implica assolutamente l’assenza di regole nè l’assenza di alcun intervento dello Stato nell’economia. Anzi, Smith afferma chiaramente che il mercato per poter funzionare deve essere corredato da una cornice giuridica e istituzionale adeguata e che lo Stato deve assolutamente intervenire in numerosi settori quali: la difesa, l’ordine pubblico, la giustizia, l’offerta di moneta e, in parte, nell’istruzione.

3. La teoria del valore. Smith si sofferma a lungo su che cos’è che attribuisce un valore alle cose. Il suo obiettivo è quello di spiegare il valore di scambio (ovviamente non il valore d’uso, cioè l’utilità che un bene ha per il singolo soggetto). Smith anche qui propone un paradosso divenuto notissimo e molto citato:

“Le cose che hanno maggior valore d’uso hanno spesso poco o nessun valore di scambio. Nulla è più utile dell’acqua, ma difficilmente con essa si comprerà qualcosa, difficilmente se ne può avere qualcosa in cambio. Un diamante, al contrario, ha difficilmente qualche valore d’uso, ma in cambio di esso si può ottenere una grandissima quantità di altri beni”.

Alla fine, per Smith, il valore di scambio dipende dal lavoro ed afferma che

“il valore di una merce per chi la possiede e intende scambiarla è uguale alla quantità di lavoro che essa consente di acquistare”

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