
Per i gelati
(poiché spero davvero che con me ne ordinerete
se non presi in quelle conchiglie fuori moda
che assumono tutte le forme possibili di architettura),
tutte le volte che ne prendo
voglio templi, chiese, obelischi, rocce.
E’ come una pittoresca geografia
quella che guardo per prima,
per poi convertire
quei monumenti al lampone o alla vaniglia
in freschezza nella mia gola.
Marcel Proust
Tra i grandi uomini di cultura del passato gli appassionati del gelato si contano numerosi sia in Italia sia all’estero.
Un nobile siciliano, Francesco Procopio dei Coltelli, rese popolare il sorbetto in Francia.
Nel 1631, egli aprì, di fronte alla Comédie-Française, il celeberrimo Café Procope, frequentato, in un primo tempo, dagli attori del teatro e, in seguito, da nobili e letterati.
La specialità lanciata da Coltelli era Le sorbet, realizzato con ghiaccio tritato e succhi di frutta e agrumi, profumato creativamente con aromi di violette, rose, gelsomino, pistacchio.
Al Café Procope si recavano abitualmente letterati famosi, tra i quali Voltaire, Denis Diderot, Louis Sébastien Mercier e poeti romantici dell’Ottocento Alfred de Musset e George Sand.
Il gelato rappresentò, insieme al caffè e ai giornali, una delle innovazioni che ebbe maggiore influenza sul costume della società moderna, a partire dal Settecento.
I primi giornali venivano letti in pubblico proprio nei locali chiamati caffè.
In pochi anni, ad esempio, a Venezia furono inaugurate oltre cento botteghe del caffè, nelle quali i veneziani alla page si riunivano per leggere la Gazzetta Veneta.
Celebri diventarono i caffè viennesi della zona del Ring, tipo il Sacher (dove è stata creata la famosa, omonima torta al cioccolato), e il Café Napolitain di Parigi, aperto dall’italiano Alessandro Tortoni.
A Roma i personaggi più in vista si recavano al Caffè Greco, in via Condotti.
Johann Wolfang von Goethe, celeberrimo scrittore e scienziato tedesco, che nel Faust seppe sintetizzare la cultura classica ormai in declino anticipando la moderna problematicità dell’esistenza, nei suoi due viaggi in Italia scoprì il voluttuoso piacere del gelato.
Fryderyk Franciszek Chopin, il grande musicista compositore polacco, figlio di un precettore francese, si stabilì a Parigi nel 1830: le grandi passioni della sua vita furono il profondo amore per la scrittice George Sand, la struggente nostalgia per la patria lontana ed oppressa e il gelato. Si narra, infatti, che suo grande cruccio, quando fu afflitto dalla tubercolosi, fosse il divieto assoluto di mangiarne.
Guy de Maupassant, scrittore francese, uno dei maggiori esponenti del naturalismo, che conservò indelebile nella memoria il ricordo di un’infanzia serena trascorsa a contatto con la campagna, adorava i gelati.
Oscar Wilde, scrittore irlandese, esponente dell’estetismo decadente, raggiunse la celebrità nella società londinese e parigina per la sua conversazione brillante e le pose stravaganti. Era un assiduo frequentatore del celebre Café Procope di Parigi: a fargli scoprire la bontà dei gelati fu un suo caro amico, Alfred Douglas.
Giovanni Verga confidò ad alcuni amici fiorentini che, nel corso della sua adolescenza, spesso i suoi pasti erano rappresentati semplicemente da pane accompagnato con cassata siciliana gelata.
Nel 1895 Gabriele D’Annunzio e Andrè Gide si incontravano spesso ai tavoli di uno dei bar più famosi di Firenze, il Gambrinus, in piazza della Repubblica, per discutere di arte ed esistenza, gustando i noti sorbetti in scatole di cartone prodotti nel locale.
Charles Dickens, il celebre narratore inglese dell’ottocento, annota nel suo diario all’epoca della sua visita a Firenze: “Gli uomini, quando mangiano il gelato, sembrano tanti bambini intenti a poppare.
L’Italia, in questo senso, è piena di poppanti, perché tutti mangiano gelati in tutto il tempo dell’anno”.
La vera capitale del dessert gelato tra la fine del Settecento e la fine dell’Ottocento fu Napoli: in quel fiorente periodo la città partenopea ospitava un numero incredibile di bar.
La giornalista e scrittrice Matilde Serao ha vergato pagine deliziose, nei moduli veristici, relativamente ai fasti della Napoli di fine Ottocento, ai gustosi gelati e alla movimentata vita mondana cittadina.
I Borboni apprezzarono a tal punto il piacere dei sorbetti da concedere titoli nobiliari a molti maestri artigiani del settore. Il maestro gelatiere Vito Pinto, talmente famoso da giungere al titolo di Barone, viene persino citato da Giacomo Leopardi in un verso: “quella grand’arte onde barone è Vito”.
Il Recanatese, nei suoi soggiorni napoletani, frequentava il Caffè Angioli, in via Toledo, presso il quale incontrò Antonio Ranieri, uno dei suoi biografi.
Amava ordinare porzioni enormi, per le quali la gente intorno lo derideva dicendo “che era più grande il suo gelato di lui”; Treich, infatti, nel suo Almanach des Lettres racconta che Leopardi era solito ordinare “tre grossi gelati per volta e quando il cameriere li portava, gli diceva di metterli l’uno sull’altro”.
Negli ultimi mesi della sua vita pare che il poeta si alimentasse soprattutto di gelati; un giorno, sul letto di morte, lamentandosi dell’afa e del caldo, chiese che gli portassero il suo cibo preferito, ottenendo, per tutta risposta, una tazza di cioccolata calda!
Nella Napoli ottocentesca il duca Ippolito Cavalcanti di Bonvicino compose il rinomato trattato di Cucina teorico-pratica, dedicando un intero capitolo all’arte di fare i gelati.

Anna Russo








