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Il vino, re delle mense romane

Il vino nella tavola dei Romani aveva un significato sacro ed era molto diffuso e ricercato.

Il vino nella tavola dei Romani aveva un significato sacro ed era molto diffuso e ricercato.

Agli uomini era vietato berlo prima di aver compiuto trent’anni, mentre alle donne era proibito fino al matrimonio.

Esisteva una prova, chiamata ius osculi = diritto del bacio, che permetteva al marito di dare un bacio sulla bocca alla moglie, per vedere se aveva rispettato questo divieto.

Gli haustores, i sommeliers dell’epoca, classificavano i vini in un’infinità di modi (dolce, soave, nobile, prezioso, molle, delicato), dimostrando un palato sensibilissimo.

La sua conservazione arrivava fino a quindici anni e più era vecchio, più era costoso.

Il vino si mesceva in coppe larghe e quasi piatte.

Prima di iniziare un banchetto, vi era l’uso di eleggere, sorteggiandolo ai dadi, un arbiter bibendi, il quale doveva astenersi dalla bevanda, aveva il compito di stabilire quante parti di acqua, calda o fredda, vi si mescolavano.

All’inizio si servivano i vini migliori, mentre a mano a mano che il convivio procedeva, si mettevano in tavola quelli sempre più scadenti.

Molti predicavano, come Plinio, che il vino doveva essere puro, ma i raffinati della tavola usavano misture d’ogni tipo.

La più comune era quella fatta con l’aggiunta di miele, al fine di ottenere il vinum mulsum ritenuto assai prelibato.

Altre misture erano realizzate con pece, resine, profumi femminili, acqua marina e cloruro di sodio o gesso.

Nel corso della giornata ogni scusa era buona per bere un buon bicchiere di vino: si brindava alla salute di un amico, di una persona importante o della donna amata e in questo caso si bevevano tante coppe, quante erano le lettere che ne componevano il nome!

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