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Educare al fast food e allo slow food

È necessario valutare l’utilità e l’obbligo culturale di difendere la sopravvivenza di tradizioni secolari, consegnando ai più giovani l’arte di riconoscere e di apprezzare quegli aromi e quei gusti che il fast-food e l’omologazione dei prodotti rischiano di cancellare.

 

 

 

 

 

Come siamo abituati a mangiare?

Nelle grandi città, durante i viaggi, nelle pause di lavoro, a scuola e in tutte le altre occasioni della vita di oggi, la tavola si è trasformata (e sempre più lo sarà!) nel bancone di un bar, nel vassoio self-service, nel panino imbottito, nel menù fisso di una mensa. Difendere la propria salute significa oggi districarsi tra le mille offerte di un mercato dominato dal “mangiare un boccone al volo”, ovvero il fast food all’americana, che presenta non poche insidie per una corretta nutrizione. Innanzitutto perché tende a far dimenticare quella cultura della tavola che comprende sia il contenuto (i cibi e la cucina) sia la forma (i tempi e i modi) del mangiare. E poi perché rende più difficile calcolare, nel corso della giornata, l’apporto calorico e nutrizionale della nostra dieta.
È necessario comprendere che i tempi sono sì sempre più stretti, ma non devono diventare invivibili, e ancora, sì al boccone frugale, ma che non diventi una polpetta avvelenata. Non bisogna perdere, ad esempio, la capacità di apprezzare il gusto e gli odori dei cibi sempre più omologati e appiattiti dai processi industriali. Inoltre, si dovrebbe imparare a rivalutare l’uso degli aromi e delle spezie, a volte ottimi aiutanti nel salare meno i cibi e, allo stesso tempo, diffidare dell’abuso che se ne fa nei luoghi della ristorazione collettiva, talvolta anche per mascherare le caratteristiche dei piatti o, quel che è peggio, i segni di una cattiva conservazione.

Cos’è il fast food? E quante calorie fornisce?
Fast food significa letteralmente pasto veloce e sulla necessità sociale di consumare qualche pasto più rapidamente il dietologo potrebbe anche essere d’accordo, malgrado l’opinione diversa della vecchia scuola medica salernitana che al pranzo e alla digestione voleva si dedicassero molto più tempo e serenità.
Non è accettabile, invece, che il fast food si trasformi in un pasto non equilibrato, eccessivamente ricco di grassi e, purtroppo, proprio di quei grassi animali che la dietologia considera corresponsabili nell’invecchiamento precoce delle arterie (peggio ancora proprio di quelle coronariche!).
Mangiare in fretta un hamburger e delle patatine fritte, accompagnandole con una bibita gassata, può anche dare l’impressione di aver quasi saltato il pasto, rispetto al più tradizionale pranzo all’italiana, fino a quando non si arriva al conto delle calorie: un cheeseburger significa circa 370 calorie (con 19 grammi di grassi), la classica porzione di patatine fritte contiene non meno di 330 calorie (con 20 grammi di grassi) e altre 80 calorie vanno addebitate a un bicchiere di bibita gassata. Anche senza il carico aggiuntivo del gelato alla crema (330 calorie), tipica conclusione americana del fast food, si è trattato comunque di ben 780 calorie, di cui quasi la metà di provenienza lipidica.
Fast food all’americana o all’italiana?
Immaginiamo che il fast food sia all’italiana, cioè un normale piatto di spaghetti (massimo 100 grammi) al pomodoro, con un paio di cucchiaini di formaggio, per un totale di 415 calorie, oltre ad un’insalata mista o ad un frutto (60 calorie circa). Il conteggio complessivo di questa versione italiana del fast food arriverebbe soltanto a 475 calorie, con meno di 10 grammi di grassi, quindi anche con la prospettiva di una digestione meno impegnativa. Le differenze con il fast food all’americana (in media 780 calorie) sono abbastanza evidenti!
Si potrebbe continuare con altri esempi, come il classico minestrone di pasta, legumi e verdure, oppure un trancio di pizza napoletana accompagnato da un’insalata cruda e da un frutto o ancora la classica “caprese”. Chi ha problemi con la mozzarella può sostituirla con una piccola confezione di carne in scatola, ormai incredibilmente povera di grassi (non più del 2-3 per cento), o con del tonno in scatola, che ormai sembra aver eliminato gran parte del grasso (ridotto ormai a meno dell’1 per cento). Ognuna di queste soluzioni sarebbe più adatta alle necessità energetiche e di equilibrio nutrizionale di quanto non lo sia il fast food americano.
Naturalmente tutto questo non ha alcuna conseguenza per chi ricorre saltuariamente all’hamburger con patatine (ma la pizzetta, magari con verdure e una spremuta di agrumi sarebbero comunque da preferirsi!).
Come aggirare il problema “dietetico” del fast food?
Il problema dietetico nasce soltanto per coloro che adottano “abitualmente” la scelta del fast food, senza capirne gli squilibri (eccesso di grassi saturi) e le carenze (amido, fibra, vitamine) che per lo meno dovrebbero essere compensate nel pasto successivo.
Le polemiche contro il fast food sono sterili rispetto alla possibilità di migliorarne la qualità. Se per le vecchie generazioni la rinuncia a tornare a casa per il pranzo è stata anche psicologicamente dura, per i giovani, nati in città caotiche e strozzate dal traffico, l’orario unico e quindi il break di mezz’ora fanno parte della routine quotidiana.
Si dovrebbe accettare quindi il fast food, ma, allo stesso tempo, razionalizzarlo dieteticamente e gastronomicamente “all’italiana”. Non è molto consolante che proprio i dietologi americani indichino da qualche anno ai loro concittadini il vecchio modello alimentare italiano come la scelta più razionale, mentre proprio gli italiani lo stanno allontanando, oggi che perfino i McDonald hanno cambiato rotta, accettando la pizza e rinnegando la margarina.
Come e perché educare allo slow food?
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