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I mangiatori di patate

"Per quello che riguarda il mio lavoro, penso che il dipinto dei contadini mangiatori di patate, fatto a Nuenen rimane “après tout” il migliore di tutta la mia produzione"(Vincent Van Gogh).









Vincent Van Gogh, “I mangiatori di patate” 1885 olio su tela, 82 x 114
Amsterdam, Rijksmuseum Vincent van Gogh


Come accade non infrequentemente, Van Gogh ha realizzato più versioni di questo dipinto (due disegni, una litografia, un carboncino e tre quadri), impiegando diversi mesi, a conferma sia della sua predilezione per questo tema, sia della componente ossessiva del suo operare, radicata in una sensibilità esasperata e complicata da importanti disturbi psicologici.

La scena che egli ripete più volte, della quale una versione “ufficiale” è oggi conservata ad Amsterdam, al Rijksmuseum Vincent Van Gogh, è ambientata in un interno ispirato alla pittura fiamminga del ‘600, dove una livida luce radente piove fioca sulle figure da una lanterna appesa, una luce direzionale che ha la funzione di costruire volumetricamente le forme, immerse in un effetto atmosferico polveroso ed avvolgente.

La solennità del rito ed il religioso raccoglimento attorno al misero tavolo contrastano con la frugalità del pasto, patate raccolte in un grande piatto comune, e della bevanda, forse caffè, che una donna versa con attenzione servendosi di povere suppellettili.

L’azione si svolge in un ambiente angusto, misero e disadorno, dove nella penombra si intravvedono appena pochi semplici oggetti d’uso comune, il tutto definito ed amalgamato da toni cromatici cupi e freddi, nella scala dei bruni e dei grigi, con tocchi di verde-azzurro sulle superfici su cui batte la luce diretta: unica concessione ad effetto, il controluce applicato alla figura della bimba in primo piano che, allineata con la sorgente luminosa, definisce l’asse mediano verticale della composizione.

Le mani dei personaggi, i cinque componenti della la famiglia de Groot, assuefatte al duro lavoro rurale, sono grandi e sgraziate, gli sguardi inquieti, i volti irregolari, colti di scorcio, resi con pennellate mosse e tratti tormentati chiaramente espressionisti, animati da un marcato gioco chiaroscurale che accende l’espressività delle fisionomie di un tocco quasi grottesco, drammatica rappresentazione di un campione di umanità umile ma dignitosa, per la quale la squallida povertà delle condizioni di vita è la norma, subita quindi con pacata rassegnazione.

Per leggere l’articolo integrale dell’ arch. Vilma Torselli, Guida di Arte moderna, cliccare sul primo link.

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