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"Riti e splendori d’osteria"

Un grande dipinto su tavola del 1944 di Fortunato Depero (1892-1960).










Fortunato Depero, “Riti e splendori d’osteria”, 1944,  olio su tavola, cm 120 x 82
 

… io voglio del vino asciutto…
rosso chiaro con trasparenza di rubino.
Accostando il bicchiere alle labbra,
un tepore profumato
mi deve leggermente inebriare.
Al palato deve apparire quieto,
scorrevole e dissetante…
Fortunato Depero

 

Le allegorie e le leggende legate al vino ed al rituale del bere sono numerosissime e molto lontane nel tempo, la mitologia greca ha addirittura divinizzato questa antica bevanda ed il suo consumo collocando nell’olimpo pagano un dio del vino, mentre il cristianesimo lega simbolicamente il vino al sangue divino (singolare accostamento, divino-di vino!), a sottolineare, in ogni caso, la valenza sacrale del gesto del bere.

L’arte del ‘900, in particolare la giovane arte del manifesto pubblicitario, costruisce una ricca iconografia attorno a questo tema, spaziando dal mito al piacere al vizio ad esso legati, rappresentando i luoghi ed i modi di consumo di questa bevanda conosciuta in tutto il mondo, osterie, caffè, tavolate conviviali, o anche solo bottiglie e bicchieri, il tutto per rappresentare uno stile di vita in genere improntato ad una visione del mondo allegra, semplice e genuina, a non smentire il fatto che “in vino veritas“.

 

Fortunato Depero (1892-1960) esegue nel ‘44 questo grande dipinto su tavola nel quale restituisce il gusto di una vita dai piaceri semplici, dove stilizzate figure maschili brindano tra fiaschi e calici alzati in una scena tuttavia non priva di una certa aulicità celebrativa: non va dimenticato, infatti, che l’opera di Depero si colloca in un periodo storico nel quale il vino, prodotto tipicamente italiano (non a caso l’antico nome dell’Italia era Enotria, la terra del vino), rappresenta un sicuro punto di forza dell’economia nazionale ed il regime fascista è particolarmente propenso a promuoverne l’immagine in tutti i campi, compreso quello artistico. Il vino, tema sviluppato anche da molti altri artisti contemporanei come Severini, Mafai, Cagnaccio di San Pietro, Dudovich, Muggiani, Franzoni, Metlicovitz, viene così sottolineato nei suoi soli aspetti positivi, simbolo di calore, di passione, di fratellanza, di piacere e di sensualità, mediatore verso ogni libertà espressiva compresa quella dell’arte.

….. io voglio del vino asciutto.. rosso chiaro… con trasparenza di rubino. Accostando il bicchiere alle labbra, un tepore profumato mi deve leggermente inebriare. Al palato deve apparire quieto, scorrevole e dissetante. Nella gola deve scivolare come una cascatella cristallina di pace raccolta e di poesia silenziosa. Attraverso i suoi riflessi devo vedere la linea flessuosa del suo profilo sottile di vespa chiaro, sanguinello di fragola filtrata con vene azzurrine di aria purissima prealpina. Vino preparatorio… adolescente… primaverile che mi dia un senso di bagno interiore, di sana strigliatura ai muscoli e di leggero calore ottimista!“, così scrive il trentino Depero, che è anche poeta, (“Quattro bocche assetate“, da Liriche radiofoniche, 1934) esprimendo le sensazioni vissute da quattro bocche nell’assaporare vini diversi, con una intensa vena di lirismo che qualcuno ha definito “enologico”.

 

Nel dipinto presentato, giocato sui freddi toni cromatici di verdi-violacei e marroni spenti, grande assente proprio il vino, quasi che l’artista voglia rappresentare soprattutto l’atto del bere, enfatizzato dalle braccia piegate nel gesto dei bevitori e dalle mani che afferrano saldamente i bicchieri, mentre una certa rigidità delle forme solidamente costruite, percorse da linee verticali ed oblique ad andamento geometrico, modera in parte il senso di conviviale euforia dei “riti e splendori d’osteria”: Depero, autore fra l’altro di un saggio di gastronomia pubblicato sulla rivista “Futurismo” (1933), dipinge così il suo  inno al vino, alimento che deve, come tutto il cibo “futurista”, “eccitare la fantasia prima ancora di tentare le labbra” ( “Fisiologia del gusto“, prima edizione 1825, di Anthelme Brillat-Savarin).

 

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