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Beethoven dà alla testa!

Gli effetti della musica sullo stato psicofisico degli ascoltatori non dipenderebbero dal genere bensì dai ritmi e dalla velocità.

Gli effetti della musica sullo stato psicofisico degli ascoltatori non dipenderebbero dal genere bensì dai ritmi e dalla velocità. Questo, almeno, secondo i ricercatori degli atenei di Pavia e Oxford, che hanno condotto uno studio, sottoponendo 24 giovani (di cui 12 musicisti) all’ascolto di determinate canzoni.

Si è notato, ad esempio, che un brano di Beethoven può avere sull’ascoltatore lo stesso effetto di una canzone techno: l’accelerazione del battito cardiaco.

La musica elettronica non è dunque meno terapeutica di quella classica? Potrebbe essere esattamente così; in ogni caso sarebbe un errore scindere tout court in due categorie: musica buona e cattiva.

Dipende principalmente dai suoni (dolci, acidi, acuti, bassi…) e dai ritmi: la loro complessità, la velocità, ecc… Eppure, aggiungiamo noi senza nulla togliere ai ricercatori italiani e inglesi, anche il genere musicale conta. Questo semplicemente perché ogni genere musicale rispetta determinati canoni (un walzer deve avere forzatamente alcune caratteristiche per essere tale).

I generi si differenziano l’un l’altro proprio per il tipo di ritmo, di strumenti utilizzati (quindi di suoni) e, naturalmente, per la velocità.

Per intenderci: nella musica punk, nel 99% dei casi (se non di più), si trovano chitarre elettriche e distorte.

Un altro esempio: la velocità del reggae si avvicina molto a quella dei battiti cardiaci (la musica nata in Jamaica viaggia infatti mediamente tra i 60 e i 90 battiti al minuto). Ecco perché spesso mette gli ascoltatori a proprio agio, di buon umore. Non a caso viene definita la musica del cuore.

La musica drum’n’bass invece corre al doppio della velocità del reggae, se non di più.

La house si aggira attorno ai 120 battiti al minuto.

Ogni genere quindi ha la propria velocità, i propri ritmi e suoni; codici che vengono sempre rispettati in fase di composizione, seppur in modo flessibile.

In conclusione, non è poi così sbagliato affermare che la reazione dell’ascoltatore dipende anche dal genere.

A questo punto però precisiamo: alcuni generi sono talmente vasti da comprendere a loro volta delle “sotto-categorie”. Quelli che più di altri raggruppano composizioni estremamente differenziate sono la classica (si va dall’adagio all’allegretto, ecc..) e il jazz (un lento come “What a wonderful world” di Armstrong e un pezzo di free jazz veloce e ricco di assoli stralunati di sax non si assomigliano per niente).

Concludendo, una composizione di Beethoven può incupire o rilassare l’ascoltatore esattamente quanto un pezzo dei Depeche Mode.

Nel contempo è innegabile che il genere musicale può fungere da bussola. Insomma, è chiaro: non comprate un disco punk se volete rilassarvi e non cercate di far festa con le marce funebri. Ma questo, indipendentemente dalle ricerche universitarie, lo sapevamo già.

Buon ascolto!

Fonte: Ecplanet (Matteo Bernasconi)

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