

L’anoressia
è un rifiuto radicale
del legame con l’altro.
Domenico Cosenza
ZAPATERO E L’ANORESSIA. IL POSTO DELLA POLITICA DI FRONTE AI SINTOMI SOCIALI
Ha suscitato scalpore l’iniziativa del premier spagnolo Zapatero di entrare in campo direttamente in merito al problema dell’anoressia.
Questo atto, da molti apprezzato, da altri criticato, ha avuto comunque un merito. Quello di aprire un dibattito attorno ad un punto preciso: la responsabilità della politica, e in particolare di chi governa, rispetto ad una patologia epidemica del nostro tempo, quale è l’anoressia.
È infatti in primo luogo come sintomo sociale, come espressione radicalizzata di un disagio specifico prodotto in primis nelle società del benessere, ma ormai in espansione anche nei paesi in via di sviluppo per effetto della globalizzazione mediatica, che l’anoressia mette in questione, interpella l’azione politica.
Per questa ragione ritengo che non ci sia affatto da scandalizzarsi o da storcere il naso: un sintomo sociale è infatti a tutti gli effetti un problema politico nel senso più ampio ed alto del termine, e dunque non si può pensare di delegarne integralmente la soluzione ai tecnici delle cure, medici o psicologi che siano.
Ad essi spetta il compito e la responsabilità concreta dei trattamenti teapeutici delle singole pazienti, e sicuramente da essi e dal loro patrimonio di esperienza clinica e di ricerca il politico ha il dovere di trarre le indicazioni opportune in materia di politica sanitaria.
Tuttavia, quando abbiamo a che fare con una psicopatologia che si diffonde come un’epidemia, essa diventa un segnale di un malessere che affetta la qualità stessa del legame sociale.
L’anoressia è infatti un rifiuto radicale del legame con l’altro. Le ragazze anoressiche, oltre a rifiutare il cibo, rifiutano il proprio corpo come corpo femminile, sfidando le leggi biologiche dello sviluppo dell’organismo umano.
L’amenorrea e l’atrofizzazione di ogni spinta vitale e desiderante ne sono il risultato. In questo movimento a ritroso, che rigetta il passaggio dalla bambina alla donna, la ragazza anoressica taglia i ponti con gli altri, diserta la tavola familiare, non risponde al telefono a chi la cerca, si richiude a riccio nel suo isolamento mortifero.
Che questo fenomeno capitasse a poche sparute “mosche bianche”, come avveniva fino a solo qualche decennio fa, poteva forse anche non destare l’attenzione del politico e dell’opinione pubblica.
Ma oggi che questo fenomeno è diffuso ed in modo preponderante tra le donne, vero sintomo della condizione femminile contemporanea, la politica non può non ritenerlo un fatto che la riguardi.
In questo senso, l’intervento del governo Zapatero, che ha convocato i maggiori stilisti di Spagna attorno al problema delle taglie minime degli abiti da loro confezionati e proposti alla vendita, assume a mio avviso un doppio valore positivo.
In primo luogo, esso ha avuto un valore di interpretazione. Infatti, ha riconosciuto la dimensione sociale del sintomo anoressico, ed ha agito di conseguenza convocando un tavolo di discussione con i maggiori produttori di moda del paese su un punto preciso: introdurre un limite nella riduzione senza limite delle misure degli abiti femminili.
Al di là della soluzione particolare avanzata, l’intervento compiuto ha avuto il merito di operare simultaneamente su due livelli del problema:
l’effetto di condizionamento mediatico dell’immagine femminile filiforme sulle ragazze anoressiche;
l’anoressizzazione della moda.
È evidente a qualunque clinico che abbia esperienza con queste patologie, che nessuna ragazza diventa anoressica per il semplice effetto del condizionamento mediatico che induce ad incarnare un certo ideale femminile legato alla magrezza.
Tuttavia, laddove nella storia familiare la giovane non ha potuto incontrare, spesso al di là della volontà dei genitori, un ancoraggio attorno a cui poter costruire una posizione propria, l’effetto nefasto del condizionamento mediatico fa sentire, su soggetti così fragili, i suoi segni mortiferi.
Non ritengo dunque che si debba guardare all’iniziativa del governo Zapatero come ad una ricetta esportabile tout court anche in Italia; né tantomeno mi farei fautore di un’interventismo paternalista del governo in campo di Salute Pubblica.
Tuttavia, l’iniziativa del premier spagnolo riapre il dibattito sulla funzione di “terzo” che l’istituzione pubblica è chiamata ad esercitare, in un’epoca come la nostra caratterizzata dal declino dell’autorità simbolica, non solo del padre ma anche della legge.
Epoca in cui a prevalere è una spinta senza limite al consumo - delle sostanze così come dell’immagine -, effetto del funzionamento stesso del discorso sociale nei paesi a capitalismo avanzato, che trova il suo nodo nevralgico proprio nell’imperativo a consumare.
In questo senso la tossicomania, l’obesità, l’anoressia e la bulimia non costituiscono delle deviazioni, ma della incarnazioni radicali e paradigmatiche di questo comando interiorizzato e diffuso pervasivamente nella società dei consumi.
In questo senso, anche in Italia sarebbe auspicabile che il futuro governo avviasse, interpellando l’esperienza pluriennale di istituzioni che, come l’ABA, operano nel campo della cura dell’anoressia, dei tavoli di lavoro per pensare insieme a delle soluzioni proponibili e praticabili al riguardo nel nostro paese. Già con il governo uscente una prima sensibilizzazione al problema si è concretizzata con la stesura e la pubblicazione di un opuscolo curato dall’ABA.
Il confronto con il terreno delle tossicodipendenze mostra indubbiamente quanto il fenomeno “anoressia” in Italia, nonostante la ridondanza mediatica a cui è sottoposto negli ultimi anni, non abbia catalizzato l’attenzione dei politici come è avvenuto per chi soffre di dipendenza da sostanze tossiche.
La pericolosità sociale del tossicomane inquieta di più il politico e la società civile rispetto al suicidio differito dell’anoressica, che si estingue nell’autoisolamento silenzioso, chiudendosi nella sua stanza e vivendo di niente.
Tuttavia, è proprio in questa consunzione silenziosa e quotidiana, in questo svuotamento progressivo del senso di esistere, che possiamo riconoscere forse la minaccia più insidiosa che attraversa la condizione del soggetto nel legame sociale contemporaneo.
Domenico Cosenza
Psicoanalista, Direttore Scientifico dell’ABA
Comunicato stampa ABA del 26 aprile 2006
ABA - Associazione per lo studio e la ricerca sull’anoressia, bulimia e i disordini alimentari
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Anna Russo









