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''Israele e Palestina possono vivere insieme''

Dell'attuale conflitto mediorientale e dello storico scontro in Terra Santa Emiliano Sbaraglia ha parlato con Moni Ovadia, eclettico artista da tempo residente nel nostro paese.

L’escalation di violenza e di morte in Medio Oriente mette in allarme il mondo intero, e fa tornare alla mente pensieri poco rassicuranti, in particolare riguardo i delicati equilibri internazionali spesso condizionati dai rapporti tra Israele e Palestina. In questi giorni il coinvolgimento del Libano, l’avvertimento di una possibile rappresaglia israeliana nei confronti anche della Siria, e le continue minacce del presidente iraniano Ahmadinejad, incendiano ancor di più un clima reso perennemente bollente dalle ambiguità statunitensi e da un certo immobilismo da parte dell’Europa.

Abbiamo rivolto alcune domande su questi argomenti a Moni Ovadia, artista di teatro e non solo, rappresentante eclettico ed esemplare della cultura Yiddysh, ed ebreo nato in Bulgaria, da anni residente a Milano.

Moni Ovadia, come giudichi il comportamento di Israele in questa fase così delicata? Siamo tornati al pugno duro?
Credo che Israele si sia incastrato in una sorta di mistica della forza, o almeno quella parte politica di Israele che prevale, perché non ci dimentichiamo mai che ci sono anche altre voci. Un ex-agente del Mossàd per esempio, che in un’intervista della scorsa settimana sul Corriere della Sera ha detto che bisogna trattare, che la soluzione diplomatica con la Palestina è possibile. Quello che non capisco è perché quando lo dice qualcun altro, come alcune componenti della sinistra italiana, si viene giudicati come nemici di Israele.

La situazione comunque appare sempre più preoccupante…
In questo momento gli israeliani si sentono autorizzati per motivi di sicurezza. Il problema è che Siria e Iran con questa situazione ci giocano, e la trappola funziona. Ma tutto questo provoca soltanto morti civili. L’unica certezza che finora abbiamo di questa situazione, è che se continua in questo modo a farne le spese saranno soprattutto degli innocenti.

Quali potrebbero essere le soluzioni concrete per sbloccare la questione mediorientale?
Io dico questo: rimuovere l’occupazione dei territori. Ma se dici questo agli israeliani, loro ti rispondono che Israele è andato via da Gaza. E’ vero, però bisogna chiedersi in che modo. C’è ancora un muro, tanto per dirne una, e le condizioni di vita per il popolo palestinese sono devastanti. Ho l’impressione che dei palestinesi non gliene freghi niente a nessuno, compresi gli stessi Stati arabi. Anche quando l’Europa ha vergognosamente tagliato i fondi destinati alla Palestina, gli Stati arabi non hanno fatto niente, non hanno aumentato i loro finanziamenti, si sono semplicemente voltati dall’altra parte. Mi pare che si voglia mantenere lo status quo per mantenere ognuno i propri giochi di potere.

Da questo punto di vista c’è chi parla di “casus belli” per i prigionieri catturati prima nella striscia di Gaza e poi dagli Hezbollah, quasi a giustificare un intervento armato già programmato…
Ipotesi difficile. Se si attivano interpretazioni di natura dietrologica si può indovinare, ma anche sbagliare di grosso, bisogna essere prudenti. Qui invece succede che ogni volta che si tenta di fare un piccolo passo in avanti verso la pace succedono disastri. Olmert e Abu Mazen si incontrano, Hamas concede piccole aperture, e immediatamente accade qualcosa. Questo dimostra chiaramente che qualcuno non è interessato a un pace vera, in entrambi gli schieramenti. Sono segnali doppi, ambigui. Il problema per alcuni pare quello di tenere l’altro sulla corda. Perché il rapimento scatena una azione così violentemente iperbolica? Chiediamoci questo, basandoci però sulla realtà dei fatti.

Che ne pensi della posizione del governo Prodi?
Gli israeliani hanno protestato sull’equivicinanza proposta da D’Alema. Verrebbe da dire che ognuno guarda al proprio orto… Quando si rifiuta l’equivicinanza, bisognerebbe sempre ricordare che il popolo civile palestinese è quello che ha pagato di più. Ed equivicinanza significa soprattutto proporsi come interlocutore credibile. Ora la logica che sembra prevalere è questa: io sono il più forte, se ci va della gente di mezzo, pazienza. Mi viene in mente che qualche tempo fa i soldati dissidenti hanno comprato una pagina su “Hareetz”, per dire che sparare missili significa macchiarsi di delitti civili. Ma sulla pagina a fianco c’era pronta la risposta, tesa a dimostrare la validità di una logica armata. Io sono per la soluzione di Ginevra del 2003: due popoli-due stati, equa risoluzione dei profughi del ’48. Molti a sinistra dicono che i profughi devono rientrare. Va bene, ma sono 4 milioni, non è così semplice… E poi sarebbe una logica che dovrebbe valere anche per gli altri. Pensiamo solo agli ebrei dell’Est dell’Europa: che dovrebbero chiedere loro alla Germania?
Per tornare a noi, Prodi credo abbia assunto una posizione corretta, di buon senso: di certo non anti-israeliana. Piuttosto cerca di mitigare la grande potenza di Israele, che è questione delicatissima. Ammettiamo che una volta le bocche di fuoco per errore facciano mille morti invece di dieci, cosa potrebbe succedere? In questo senso, l’idea di mandare una forza di interposizione mi pare buona, anche perché in questa fase ognuno può dare la propria versione dei fatti di ciò che sta accadendo. E gli israeliani devono accettare una forza di pace internazionale.

E del sostegno proveniente dall’opposizione di centrodestra?
Non mi par parlare del centrodestra italiano, per favore: lesti a mettersi uno zuccotto in testa almeno quanto a trasformare i Cpt in lager degni del periodo nazista. Passiamo oltre…

Un percorso di pace è ancora possibile?
I palestinesi sconfiggeranno il terrorismo solo quando saranno pienamente diventati un popolo di autorità e prosperità, attraverso finanziamenti internazionali consegnati nelle mani della gente giusta. Altra cosa è il tentativo di trovare soluzioni. Lo stato bi-nazionale, per esempio, può arrivare solo nel corso del tempo, ora no.
Una soluzione potrebbe essere una conferenza di pace definitiva, cioè a dire che non ci si alza dal tavolo fino a quando non ci si mette d’accordo. Ma con uno come Bush un discorso del genere è praticamente irrealizzabile, prigioniero com’è delle lobbies che lo hanno fatto eleggere. Guarda il verminaio che è andato a fare in Iraq, tra qualche anno verranno fuori decine di migliaia di morti. Questo è un dato preoccupante, perché una volta negli Usa quando un Presidente diceva una bugia si arrivava all’impichement, stavolta no.
Ci troviamo di fronte a un incastro terribile, e tutto è cambiato dopo l’11 settembre. L’imperativo categorico sembra essere “voi avete fatto questo, noi possiamo fare di tutto”. Così è accaduto con il rapimento dei due soldati israeliani. Il terrorismo giustifica tutto, ma non si fa niente per fermarlo veramente.
Se gli arabi pensano di piegare Israele con le armi fanno un calcolo molto miope per tutta una serie di motivi, e lo stesso vale per gli israeliani, per motivi diversi. L’unico risultato sicuro che otterranno sarà quello di avere terrorismo e ancora terrorismo per il resto dei loro giorni. Serve una trattativa forte, vera.

Cosa ti senti di dire alla popolazione ebraica?
Innanzi tutto che le nostre terre non sono quelle del 1967, che ci ritiriamo, e che iniziamo un vero processo di pace. Per tornare un attimo in Italia, dico anche che è giusto manifestare per questo, ma che trovare soluzioni vere e concrete è molto più importante, oltre che difficile. Bruciando una bandiera fomenti solo odio. Ma per rispondere completamente alla domanda, voglio aggiungere un paio di cose.
Agli ebrei come me chiedo di abbandonare le reazioni viscerali tipiche del perseguitato, anche perché le condizioni sono cambiate, oggi siamo una potenza mondiale. Il problema è che troppo spesso ci dimentichiamo che l’essere umano è mosso più da forze intrapsichiche che razionali. Noi abbiamo diritto a vivere né più né meno di quanto ne abbiano i palestinesi. Bisogna arrivare a una pace vera e possibile.

Nient’altro?
Vorrei citare soltanto una frase: “Lo straniero è lo specchio della mia libertà”. Lo dice la Torah, e non solo, mi pare… Ripartiamo dalla pace, magari da quella di Ginevra.

Emiliano Sbaraglia

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