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La Fava

Per le sue caratteristiche botaniche e per le sue proprietà alimentari la fava, nel corso dei tempi, ha evocato numerosi simbolismi, spesso fra loro contrastanti.

 

 

 

 

 

 

 

 

La fava (Vicia faba o faba vulgaris) è una pianta della famiglia delle leguminose, coltivata in Europa fin dall’antichità per l’alimentazione umana e come foraggio per gli animali.

 

Per le sue caratteristiche botaniche e per le sue proprietà alimentari la fava, nel corso dei tempi, ha evocato numerosi simbolismi, spesso fra loro contrastanti.

In un’epigrafe del VI secolo avanti Cristo, trovata in un santuario di Rodi, si consigliava ai fedeli, per mantenersi in uno stato di purezza totale, di astenersi “dagli afrodisiaci, dalle fave e dai cuori [degli animali]”.

 

I pitagorici provavano nei confronti delle fave un vero orrore. I motivi erano diversi: innanzitutto le sue caratteristiche botaniche. La fava infatti è l’unica pianta che ha uno stelo privo di nodi e questa sua particolarità faceva pensare che fosse il mezzo più adatto per permettere ai morti di comunicare con il mondo dei vivi.

 

Era come un canale privilegiato attraverso il quale i morti potevano comunicare ma, per alcuni, potevano anche impossessarsi delle anime dei vivi. Questa credenza era avvalorata dal fatto che le fave, usate per l’alimentazione, sono pesanti da digerire e possono provocare ottundimento fisico e psichico.

 

Secondo Platone, ai pitagorici era proibito consumarle perché provocavano un forte gonfiore, nocivo alla tranquillità spirituale di chi cerca la verità. E anche per Plinio “.. si ritiene che [la fava] intorpidisca i sensi e provochi visioni”.

 

Più avanti il Mattioli, nel VXI secolo scriveva “Le fave gonfiano e fanno ventosità, digerisconsi malagevolmente, fanno sognare cose paurose e terribili e fanno il corpo carnoso”.

 

Da aggiungere, inoltre, che il consumo di fave può causare una manifestazione anafilattica, una sindrome emolitica acuta, il cosiddetto favismo, molto frequente nelle regioni meridionali dell’Italia e in Sardegna.

 

Con questi effetti, le fave non potevano non evocare un simbolismo negativo collegato al mondo degli inferi, e ciò spiega anche la loro presenza nei riti funebri di parecchie tradizioni, in Grecia come in Egitto o in India o in Perù.

 

Ma accanto a questi riti funebri le fave compaiono anche nella celebrazione di riti festosi e propiziatori.

 

A Roma, il 21 di Febbraio, si concludevano i Parentalia, le feste di Febbraio in onore dei parenti e per l’occasione si usavano le fave in un rito particolare in onore della dea Tacita Muta. Questa dea veniva evocata nel periodo calendariale che, alla fine di Febbraio, segnava il trapasso dal vecchio al nuovo anno. Ma la dea presiedeva anche ai culti funebri come dea degli inferi.

 

Ne risulta che la festa dei Parentalia comunque aveva un collegamento con il mondo dei morti ma nel senso di evocare il passato per costruire su di esso il presente.

 

Il ricordo dei morti non fine a se stesso ma come sostegno e indicazione per ciò che vive. È, in pratica, l’anno passato che fornisce all’anno appena nato modalità e forme già acquisite.

 

Le fave, come strumento di comunicazione con il mondo degli inferi, avevano proprio questa funzione simbolica.

 

Silvano Parisen
 

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