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Il salice

"Il simbolismo del salice si ispira a una duplice realtà: da una parte suscitatore di vita, dall’altra distruttore di vita", spiega Silvano Parisen.

Pianta originaria della Cina, il salice produce un frutto che, dopo la fioritura, arriva rapidamente a maturazione e cade, dando l’impressione che la pianta si liberi del suo frutto prima ancora che sia maturo.

Ne parla Omero nell’Odissea nel passo in cui la maga Circe, per descrivere ad Ulisse il luogo di entrata dell’Ade, dice testualmente: “…ecco la costa bassa e le selve di Persefone, ecco gli alti neri pioppi e i salici che perdono i loro frutti: là tu approda con la nave…”.

Concetto ripreso più tardi da Plinio nella sua Naturalis Historia in cui, riferendosi al passo di Omero, dice: “Improvvisamente il salice perde il suo seme ancor prima che questo abbia raggiunto una qualche maturità. Perciò Omero lo chiama il distruttore del frutto”.

Nella simbologia classica chi distrugge il proprio frutto è la Grande Madre o la Madre Terra che, in un perenne ciclo di vita e di morte, genera i suoi figli e poi li riassorbe nel suo grembo.

Naturale quindi che il salice assumesse il simbolo delle Grandi Madri, le dee dell’antichità che stavano a rappresentare Madre Natura. Ed infatti il salice diventa sacro a Era, che si dice nata fra i salici, e a Persefone che, citata anche da Omero, possedeva un boschetto di salici dalle magiche virtù. Ma anche a Demetra e Core che si veneravano a Eleusi e che impersonavano allo stesso tempo vita e morte, fecondità e castità, maternità e verginità.

A questa duplice realtà si ispira il simbolismo del salice, da una parte suscitatore di vita, dall’altra distruttore di vita.

Nella prima veste è rappresentato, fra le altre, dalla tradizione ebraica nella festa delle “Capanne”, festa di ringraziamento per la raccolta dei frutti della terra in cui la pianta, che cresce vicino ai corsi d’acqua - “come salici lungo acque correnti” (Isaia, 44,3-4) - viene percepita come fonte di vita, analogamente all’acqua che la nutre, e quindi simbolo del rinnovato fiorire e germogliare.

Nella seconda veste viene rappresentato dalla tradizione medioevale dove la “pianta che non dà frutto” diventa simbolo di sterilità e i salici vengono paragonati agli uomini avidi, avari, sterili in ogni opera buona. Ma anche simbolo di castità, di falsa castità, quella che è sotto il potere del diavolo, la castità di quelle persone che per principio, non per convinzione, rifiutano i piaceri della carne.

L’abbinamento del salice con la castità non era del tutto casuale. Già presso i greci e i romani esisteva la credenza che il salice favorisse la castità. Plinio parlava di una ricetta a base di foglie di salice per calmare l’ardore sessuale: “Le foglie, triturate finemente e assunte in pozione, contengono l’intemperanza erotica ma, se prese troppo spesso, sopprimono il desiderio sessuale”.

Su questa scia, nel XVII secolo, si raccomandava alle donne sessualmente troppo esuberanti, di assumere amenti di salice. Credenza non del tutto infondata perché, realmente, le foglie e le gemme del Salix alba hanno effetto sedativo a livello sessuale ma anche nei casi di insonnia.

Silvano Parisen

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