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Campania e Basilicata: viticoltura illustre e secolare

La spettacolare Campania e la misteriosa Basilicata sono due regioni italiane contigue eppure profondamente diverse ed ineguagliabili, dall’antichissima e gloriosa tradizione vitivinicola.

La spettacolare Campania e la misteriosa Basilicata sono due regioni italiane contigue eppure profondamente diverse ed ineguagliabili, dall’antichissima e gloriosa tradizione vitivinicola.

Testimonianze e reperti innumerevoli documentano la presenza atavica della vite: le cure premurose e pazienti dei capaci vignaioli locali, da sempre attenti alla qualità piuttosto che alla quantità, hanno preservato nel tempo forme di allevamento rare e vitigni autoctoni vetusti.

La Campania felix, dalla millenaria storia contadina, è stata uno dei primi apprezzabili luoghi di insediamento, coltura, studio, ricerca ed espansione della vite nel mondo intero, famosa per i migliori vini dell’antichità: Falerno, Greco, Faustiniano, Caleno.

Lucio Anneo Floro narra che, nel 318 a.C., ai piedi del Massico, si insediò la tribù Falerna, produttrice del più rinomato nettare di Bacco dell’antichità, distinto da Plinio in tre tipi, dolce, tenue ed austero e definito da Ovidio “epiteto di Dio”, da Orazio “ardente”, da Marziale “immortale”.

I vini campani, preferiti dagli imperatori, erano accuratamente conservati in particolari anfore di terracotta, i doli, interrati in cantine e chiusi da pittacium su cui si annotavano zona di origine delle uve e anno della vendemmia.

La mescita veniva accuratamente effettuata da haustores utilizzando vasellame raffinato prodotto da esperti artigiani, durante lauti banchetti o nelle semplici mense delle tabernae.

L’invasione di Annibale e, in seguito, le incursioni barbariche nel VI sec., distrussero le celebrate vigne; nel X sec. l’avvento del feudalesimo determinò il rifiorire del settore agricolo; nel ’500, Sante Lancerio descrisse nel suo trattato quattordici vini prodotti nel Regno di Napoli.

L’infestazione fillosserica di fine ottocento venne superata a metà del novecento con la messa a dimora di nuovi vigneti: nel marzo del 1966, il riconoscimento ufficiale della prima doc campana, la seconda in Italia dopo quella chiantigiana, consacrava l’isola d’Ischia terra eletta del vino, nella quale gli Eubei producevano, già nell’VIII secolo a.C., il nettare dionisiaco.

In Lucania la vite venne introdotta, intorno al VI secolo a.C., dai coloni greci sbarcati ad Eraclea, come testimoniano epigrafi ritrovate sui resti archeologici del Tempio di Dionisio: il vitigno maggiormente coltivato, l’aglianico, deriva il nome proprio dal termine ellenico.

Orazio e, poi, il principe Carlo Gesualdo madrigalista, nativi di Venosa, lodarono l’intenso e vellutato rosso rubino del calice della loro terra; Plinio ricordò la fama dei vini di Thurium e Buxentum; il Lagaria guarì Messala, potente uomo politico sostenitore di Augusto.

Sante Lancerio riguardo all’aglianico scrisse: “et dicevali bevanda delli vecchi, rispetto alla pienezza”; Carlo d’Angiò ordinava per la mensa propria e dei dignitari di corte “quattrocento some del buon vino del Vulture”, preferito anche da Papa Paolo III Farnese.

Andrea Bacci più volte cita l’Aglianico, tratto da “uve non tanto nere, piene di succo rubicondo, e d’una sostanza mediocremente grassa, densa, pingue; e alcolico quando le vendemmie corrono asciutte”.

Nel 1629 Prospero Rendella, descrivendo i vini delle Due Sicilie, accenna al Melfiaco, vino fragrante, dorato e dolcissimo.

Una monografia di Bianchi sui vini della Basilicata, a fine ’800, giudica come migliore area per produrre vini di qualità quella del Vulture: tra i suoi boschi Federico II costruì alcuni sfarzosi castelli.

Nel corso della loro millenaria storia la viticoltura campana e lucana hanno vissuto momenti di eccellenza alternati a periodi di scoraggiante difficoltà.

“La funzione storica dei grandi vinificatori ben radicati al territorio è stata fondamentale per la definizione della moderna carta geografica della viticoltura dopo il terremoto del 23 novembre 1980 in Campania e Basilicata e il metanolo nel 1986 in Italia: le famiglie saldamente radicate alla terra da più generazioni sono state i punti fermi attorno ai quali è rinata l’identità produttiva”, racconta Luciano Pignataro, famoso giornalista del Mattino.

Appassionato studioso di cultura enogastronomica, lo stimato cronista ha seguito con attenta partecipazione le ultime quindici vendemmie all’ombra del Vesuvio e alle pendici del Vulture.

Tra i suoi numerosi volumi, si annoverano “La nuova Guida Completa ai vini della Campania” e la “Guida Completa ai Vini della Basilicata” , edizioni dell’Ippogrifo.

Strumenti indispensabili per operatori ed enoturisti, veri e propri “itinerari dell’anima”, atlanti del gusto rigorosamente sponsor free, ragionati, testati e verificati, comunicano il territorio con la sua irripetibile unicità legando profondamente il vino a tradizioni, cultura, arte, paesaggio, miti e riti locali.

Enfatizzando i talenti unici legati al clima, ai terreni, ai vitigni, ai saperi e rigenerando il coraggio di innovare e sperimentare, l’esuberante creatività campana e l’austera riservatezza lucana hanno riportato al meritato successo i loro gioielli nel bicchiere, in grado di soddisfare una domanda sempre più qualificata ed esigente.

Spettacolare Campania e straordinaria Basilicata

La geomorfologia della Campania, regione non particolarmente vasta ma dalla densità abitativa media più elevata d’Italia, è molto differenziata: prevalentemente collinare per il 50,8%, è montuosa per il 34,6% e pianeggiante per il 14,6%.

Massicci imponenti, ripide gole, torrenti e fiumi tortuosi, verdi vallate, ridenti colline, fertili pianure, vulcani spenti e il quiescente Vesuvio, esalanti fumarole, splendidi golfi disegnano paesaggi incantevolmente suggestivi e scorci unici e meravigliosi.

Il territorio della Lucania, regione piccola e debolmente popolata, affacciata timidamente su due mari, Tirreno roccioso e Ionio sabbioso, è prevalentemente alpestre per il 46,8%, collinoso per il 45,2%, piano per l’8%: il Metapontino, intensamente coltivato e solcato da fiumi a carattere torrentizio, occupa la parte meridionale della superficie.

La Basilicata, dalla natura affascinante e selvaggia, è emblematica della forza austera e della dignitosa eleganza della sua gente.

Il clima è di tipo mediterraneo sulle coste e continentale sui rilievi.

I Nuovi Classici e il glorioso Aglianico del Vulture

La produzione vinicola della Campania rappresenta il 3,3% sul totale nazionale; quella della Basilicata lo 0,7%.

I vitigni autoctoni coltivati in Campania costituiscono la naturale discendenza degli antichi Vitis Hellenica, Aminea Gemina, Vitis Apiana, Uve Alopeci, Aminea Lanata o Minuscola.

I pregiati vini campani, pregni di tradizione e cultura, vengono definiti attualmente “I Nuovi classici”.

“Il vino campano attraversa un momento d’oro, direi entusiasmante” ha affermato Costantino Capone, Presidente di Unioncamere Campania.

Taurasi, Greco di Tufo e Fiano di Avellino, le tre docg irpine, si collocano tra i vini più ricercati nell’alta ristorazione; la Falanghina si impone nel settore della grande distribuzione.

Luciano Pignataro parla di “incredibile fermento che attraversa il Vulture”: la storica doc della Basilicata, l’Aglianico del Vulture, punta alla docg.

“I vini ben riusciti sono quelli in cui si ritrova l’espressione più compiuta di una comunità e del suo ambiente, il genius loci valorizzato da diversità e tipicità”, sottolinea giustamente il giornalista del Mattino.

Anna Russo

- Anna & “Il Sommelier”

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