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Obesità e rischio cardiovascolare

Sono tra il 40 e il 46% della popolazione gli europei occidentali in sovrappeso (o obesi), e sono in aumento. Sicuramente per colpa di una vita troppo sedentaria, di una alimentazione troppo ricca, ma soprattutto di scarsa attenzione alla propria salute. Il peso eccessivo e le conseguenti alterazioni metaboliche sono la causa di disturbi cardiaci, diabete, sovraccarico delle articolazioni...

L’obesità è dovuta ad uno squilibrio tra introduzione di cibo e dispendio energetico: l’eccessivo introito calorico determina accumulo di tessuto adiposo ed aumento del peso corporeo.
Nel soggetto obeso, l’accumulo di grasso a livello addominale (grasso viscerale) e il relativo aumento della circonferenza della vita, la frequente presenza di dislipidemia (aumento dei trigliceridi e del colesterolo LDL, riduzione del colesterolo HDL) e di ipertensione, definiscono il quadro della “sindrome metabolica”, il maggior fattore di rischio cardiovascolare dell’era moderna, che rappresenta, nel mondo occidentale, la prima causa di morte, superando in questo triste primato anche i tumori.

Il tessuto adiposo viscerale sembra essere il motore principale della fisiopatologia della sindrome metabolica, anche indipendentemente dall’eccesso di peso.
Il grado di obesità si calcola con il BMI, Body Mass Index, ovvero indice di massa corporea. Si ottiene dividendo il peso (in chilogrammi) per l’altezza (in metri) al quadrato, del soggetto in questione. Il risultato stabilisce se una persona può ritenersi “in forma” oppure è da considerarsi “in sovrappeso” o addirittura entra nella categoria degli obesi.

Vediamo le cifre:

BMI        18.5-24.9    normopeso

              25.0-29.9    sovrappeso

              30.0-34.9    obesità moderata

              35.0-39.9    obesità severa

              >40             obesità morbigena

Una dieta ipocalorica e l’incremento della attività fisica consentono, spesso, di conseguire il calo ponderale e di riportare nella norma i parametri clinici alterati.

 

I trigliceridi

Sono grassi coinvolti nel processo di aterosclerosi. L’aumento dei trigliceridi, specie se in presenza di ridotti livelli di colesterolo HDL, si associa ad un aumentato rischio di patologie cardiovascolari. Farmaci a base di olio di pesce concentrato, ad alto tenore di acidi grassi polinsaturi omega 3, riducono gli elevati livelli di trigliceridi e sembra siano capaci di formare una sorta di barriera protettiva che impedisce la formazione delle placche aterosclerotiche. Basterebbe mangiar pesce due o tre volte la settimana, ma se non è possibile o non si vuol farlo, esistono farmaci contenenti olio di pesce che garantiscono gli stessi risultati.

 

HDL, il colesterolo buono

La sigla HDL sta per High Density Lipoproteins, cioè “lipoproteine ad alta densità”. Le lipoproteine rappresentano il veicolo di trasporto del colesterolo. Le HDL sono una vera benedizione per le nostre arterie perché funzionano come “spazzini”, allontanando il colesterolo dalle nostre cellule.

 

LDL, il colesterolo cattivo

La sigla LDL sta per Low Density Lipoproteins, cioè “lipoproteine a bassa densità”. Sono queste le lipoproteine che fanno male, perché conducono il colesterolo verso le cellule, dove si accumula.

Una dieta corretta, che limiti l’introduzione di grassi di origine animale (carni grasse, derivati del latte, ecc.), può fare molto per tenere il colesterolo sotto controllo. La quantità di HDL aumenta con una attività fisica moderata. Al contrario il fumo le abbassa. Può, comunque, esserci una predisposizione all’accumulo di colesterolo cattivo; in questo caso è necessario ricorrere ai farmaci.

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