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Cosa, come e perché della tariffa elettrica in Italia

Come è composta e chi decide le singole voci della tariffa elettrica che ci viene regolarmente recapitata in bolletta? Lo spiega Egidio Fedele Dell’Oste, uno dei massimi esperti in materia, responsabile della Direzione Tariffe dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas

Fonte: www.enel.it

In Italia la tariffa elettrica - in pratica il costo del kWh elettrico che consumiamo e che ci viene addebitato nelle bollette – si compone sostanzialmente di cinque voci: costi di produzione dell’energia, costi per le infrastrutture, costi per oneri di sistema, costi per la commercializzazione della vendita, imposte.

Nel terzo trimestre 2006 tali voci hanno percentualmente inciso sulla “tariffa media nazionale al lordo delle imposte” nel seguente modo:

- produzione: 65,6%
- infrastrutture di trasporto: 16,1%
- oneri di sistema: 9,1%
- commercializzazione: 0,2%
- imposte: 9%

La composizione delle singole voci può variare (in particolare quella più importante, relativa ai costi di produzione) a seconda che si tratti della tariffa per il mercato libero o per quello vincolato, e può essere consultata in dettaglio, voce per voce, nel sito internet dell’Autorità per l’energia.
Qui cerchiamo di capire la logica che sottende alla composizione della tariffa, attraverso le spiegazioni che abbiamo chiesto al responsabile della Direzione Prezzi dell’Autorità, Egidio Fedele Dell’Oste

«Le due principali componenti della tariffa – spiega Dell’Oste – sono quelle relativi al valore dell’energia prodotta e al valore del trasporto. Pesano per oltre l’80% dell’intero valore e vengono definiti sulla base di metodi differenti.
Che cosa rappresenta la voce “trasporto”? È la tariffa che si paga per l’utilizzo dell’infrastruttura – la rete elettrica - che permette di far giungere l’energia dalla centrale di produzione al punto di utilizzo. È un po’ il corrispettivo, per capirci, del pedaggio che si paga con l’automobile per utilizzare le autostrade. Questa tariffa vale per tutti gli utenti - liberi e vincolati - e viene stabilita interamente dall’Autorità, che la definisce (ogni quattro anni, ma con aggiornamento annuale) in base ai costi operativi delle infrastrutture di trasporto (manutenzione,gestione, ecc.), della remunerazione del capitale investito e degli ammortamenti.
In pratica, ogni quattro anni l’Autorità analizza i costi di impresa per il trasporto dell’elettricità e stabilisce il valore della componente “trasporto”; contemporaneamente, però, impone alle imprese un recupero obbligatorio di produttività da realizzarsi nel quadriennio. Sulla base di quest’ultima circostanza, cioè del fatto che le imprese devono adeguare i costi al miglioramento produttivo richiesto, ogni anno la tariffa viene aggiornata. Insomma, paghiamo il trasporto, ma l’Autorità si preoccupa che la produttività delle imprese migliori nel tempo e impone delle efficienze che portino ad una tangibile riduzione dei costi».

E per quanto riguarda i costi di produzione, che è la componente di gran lunga più “pesante” nella tariffa elettrica?

«Per continuare con l’esempio dell’autostrada, se la componente “trasporto” era il pedaggio - che è lo stesso per tutte le macchine di uguale tipologia – i costi di produzione sono la spesa del carburante, che dipende sia dal tipo di motore che hai (a benzina, gasolio, gas, più o meno efficiente eccetera), sia dal distributore da cui ti rifornisci.
In questo caso l’Autorità controlla solo i costi per il mercato vincolato, perché nel mercato libero i clienti si approvvigionano direttamente da venditori e/o grossisti, con i quali contrattano il prezzo.
Restiamo dunque al mercato vincolato. In questo caso tra il venditore e il mercato è frapposto l’Acquirente Unico (AU), cioè una società pubblica che ha il compito di acquistare energia elettrica alle condizioni più favorevoli sul mercato e di cederla alle imprese distributrici per la fornitura ai clienti vincolati.
L’AU opera sul mercato utilizzando tutti gli strumenti disponibili come se fosse un grossista privato. Pertanto attinge all’importazione, gestisce rapporti diretti con i produttori, acquista in borsa, si copre con delle assicurazioni finanziarie rispetto alle oscillazioni di costo eccetera. Tutte queste azioni commerciali determinano un prezzo dell’energia elettrica, che è poi quello che finisce in tariffa e forma la parte preponderante della voce “produzione».

In altri termini questa voce, che incide per circa il 65% della tariffa, dipende praticamente dai prezzi internazionali delle materie prime con cui viene prodotta l’elettricità…

«È il mercato che determina questa voce e quindi… sì, in gran parte dipende dall’andamento dei costi degli idrocarburi (petrolio e gas) che sono quelli di gran lunga prevalenti nel mix di produzione elettrica in Italia. L’AU può trattare sui prezzi, ridurre le curve di oscillazione dei costi, ma in sostanza questa componente dipende dalla tipologia di combustibili che viene utilizzata in Italia».

Cioè prevalentemente idrocarburi, i cui costi negli ultimi sette anni sono aumentati di quasi il 600%: dai 10 dollari/barile del 1999 agli oltre 70 dollari attuali.

«Tuttavia questo non vuol dire che l’Italia non abbia alcuna possibilità di controllare la principale voce che compone le tariffe. Abbiamo il mix di generazione elettrica tra i più cari al mondo, ma non ci è stato imposto, lo abbiamo deciso. Ugualmente si può cambiare, cioè decidere se continuare a produrre dal gas o da combustibili meno costosi come il carbone, se utilizzare olio o incrementare la capacità di importazione, se utilizzare impianti più o meno efficienti, se avere margini di profitto più o meno alti eccetera.
Inoltre va considerata anche la possibilità di agire sul potere di mercato. Nell’incontro tra domanda e offerta, ad esempio, un produttore può “sparare” cifre che possono essere anche molto più alte di quelle che dovrebbero essere riconosciute solo sulla base dei costi reali. Poi il mercato decide se accettarle o meno. Quando però c’è il potere di mercato, l’unica decisione per il cliente finale è “o prendere o lasciare” e la domanda nazionale non è ancora così elastica da “lasciare”».

Finora abbiamo parlato delle due voci principali che compongono le tariffe. Vediamo ora le altre tre

«Sorvolerei sulla voce “commercializzazione”, che ha un‘incidenza quasi trascurabile, e anche sulle imposte – IVA, imposte erariali, provinciali e comunali – che vengono decise a livello governativo e sulle quali è già stato detto molto (ad esempio l’IVA sulle tasse o le tasse che rimangono percentualmente invariate anche se i prezzi dell’energia aumenta).
Gli “oneri di sistema” comprendono principalmente due voci di costo, note come componenti UC e A.
La componente A – composta attualmente da 5 voci distinte - copre dei costi che il sistema Italia ha deciso di mettere in carico ai consumatori di energia elettrica e che sono d’interesse dell’intera collettività nazionale. E precisamente: le attività di ricerca, la promozione delle fonti rinnovabili ed assimilate, lo smantellamento delle residue attività nucleari, la compensazione degli sconti previsti per alcuni utenti di interesse pubblico come le Ferrovie dello Stato, la compensazione di alcuni maggiori investimenti fatti prima della liberalizzazione del mercato (i cosiddetti Stranded costs).
Le componenti UC servono invece per pareggiare gli squilibri di sistema, cioè, per dirla in modo semplice, per far tornare i conti. Per il trasporto, per fare un solo esempio, abbiamo l’obbligo della tariffa unica nazionale, ma la tariffa serve a coprire costi anche molto diversi : una cosa è distribuire l’elettricità in Val Padana, altra cosa è farlo in alta montagna o su un’isola. Esistono i sistemi “perequativi”, ma quando le tariffe sono definite ex-ante e le spettanze si valutano ex-post quasi sempre succede che si deve aggiustare qualche cosa.
Tutte queste voci (A e UC) vengono applicate a tutti gli utenti, liberi e vincolati, con le eccezioni della componente UC1, che si applica solo al mercato vincolato, in quanto serve a coprire gli squilibri del sistema di perequazione dei costi di acquisto dell’energia elettrica destinata, appunto, al mercato vincolato e la componente UC6, che non si applica ai clienti in alta tensione.
Le componenti A invece, benché siamo applicate a tutti, hanno una incidenza minore per i grandi consumatori (consumi sopra gli 8 milioni di kWh/mese), ai quali vengono applicate in forma ridotta».

Che cosa succederà dall’1 luglio 2007, quando il mercato sarà totalmente liberalizzato?

«Sulla carta, oggi sono liberi di scegliersi il fornitore elettrico tutti i soggetti, escluso il settore domestico. Dal luglio 2007 non ci saranno più soggetti vincolati e anche le utenze domestiche potranno scegliersi il proprio fornitore. Cosa succederà? Ovviamente non lo so. Probabilmente ci saranno alcuni “domestici” che troveranno dei fornitori fuori del meccanismo ora vigente e altri che continueranno ad essere alimentati dall’AU o da un soggetto equivalente, come accade adesso, perchè non hanno trovato un fornitore più vantaggioso.
È tuttavia importante sottolineare che ancora manca un pezzo di normativa indispensabile per il corretto funzionamento del mercato libero per tutti. Mi riferisco, ad esempio,alle tariffe per i settori protetti, cioè la cosiddetta “fascia sociale”.
La definizione di come regolamentare questo mercato protetto riguarda l’Autorità, ma per poterlo fare occorre che il Governo stabilisca le soglie che definiscono la “fascia sociale”».