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Tv Sorrisi e Canzoni n°17/2003

«La musica e mia figlia Aurora mi aiutano a vivere» Incontro con Eros Ramazzotti di cui sta per uscire il nuovo album «9» preceduto nelle radio dal singolo «Un’emozione per sempre».

di Cinzia Marongiu

Foto: Maiki Galimberi

Cerchi qualcosa nel suo atteggiamento che ricordi i 30 milioni di dischi venduti nel mondo. Oppure qualcosa negli occhi che richiami le folle oceaniche che si accalcano negli stadi e nei palasport per applaudirlo. Un vezzo, una posa. Niente da fare. Eros Ramazzotti è così semplice da disarmare, così schietto da intenerire. Un ragazzo di quasi 40 anni, ma anche un uomo da quando ne aveva 20 di meno e una dura gavetta alle spalle. Il bullo di periferia è tanto lontano da lui quanto il mito imbronciato. «Cerco positività» ribadisce più volte. «Amo sorridere e chi sorride». Questa è la prima intervista che rilascia da due anni a questa parte. Ed è evidente che ne farebbe volentieri a meno. È nervoso. Esce per fare una telefonata. Passano i minuti. Poi va in bagno. Sono tante le risposte che non ha voglia di dare e vertono tutte intorno a un nome, Michelle, tante volte sottinteso ma mai pronunciato in un’ora di intervista. La fine del matrimonio con la Hunziker, una vita da ricostruire, il rapporto con l’adorata figlia Aurora e il lavoro da mandare avanti. Finalmente si siede, felpa, scarpe da tennis e testa alta. Si parte dal nuovo singolo, una ballata coinvolgente scandita dalla chitarra e dalla sua voce inconfondibile, che anticipa di un mese l’uscita attesissima dell’album «9». «Un’emozione per sempre», questo il titolo, racconta della fine di un amore, delle parole difficili per dirsi addio, di ricordi incancellabili. Impossibile non pensare che… «Lo so, ma non è così. Questa è una canzone scritta con Claudio Guidetti e Adelio Cogliati qualche anno fa e finita nel cassetto, come tante volte capita. Ho sentito il provino che di questo pezzo aveva fatto Alex Baroni. Era bellissimo. Ho sempre sostenuto Alex: sono stato uno dei primi a credere in lui, fin da quando produssi il suo gruppo, i Metrica. Questo pezzo si addice a me, però andava bene pure per lui che aveva alle spalle la fine di un amore. Ma poi chi è che non ricorda un amore passato che ti lascia delle emozioni forti? Io non so parlare di me, difficilmente rilascio interviste dove racconto la mia vita. Quello che ho da dire lo dico nelle canzoni: è il mio unico modo di esprimermi». Naturalmente tutto questo ha un rischio e cioè che siano gli altri a cucirti addosso mille vestiti, magari stretti, magari inadatti. «Troppe volte la verità viene raggirata, troppe volte di me si dicono cose non vere. Che faccio? Non posso mica andare di porta in porta a raccontare come sono. So che è difficile trattarmi come una persona normale. Tutto è mediato. Ma alla gente che mi ama vorrei dire che ci sono ancora. E sono sempre a muso duro. Tutti conoscono l’Eros delle canzoni melodiche, ma ho i miei difetti, le mie pazzie». Alle parole aggiunge un sorriso e prova a superare la timidezza congenita. «Sto sempre dentro la mia gabbia, non invado mai lo spazio di altri. Se le cose non mi stanno bene, lo faccio capire subito. E se sbaglio, torno sui miei passi. Ma quando subisco un torto pesante, e mi è capitato, tiro dritto per la mia strada, facendo a meno di qualcuno che credevo amico. E poi sono un po’ sboccato, molto diretto. Sulle pazzie non ho molto da dire, se non che ognuno di noi non è mai uguale a se stesso»
. Più si rilassa, più si sente l’accento romano. Ma la capitale è lontana dalla sua vita. «Sono venuto a Milano a 17 anni e mezzo. Volevo fare musica e nella periferia dove vivevo, così come in quelle di tutto il mondo, non c’era futuro. E ci sono rimasto. Credo di essere un po’ nordico come carattere, sono molto preciso. Qui ho gli amici: sono stati fondamentali in quest’ultimo periodo. A Roma me n’è rimasto solo uno, Alberto. Da un anno poi ho lasciato la campagna: vivevo a Inverigo, nella Brianza velenosa come diceva Mogol. Ora sto a Milano e mi sento cittadino del mondo. Un anno in città equivale a cinque in campagna. Certo c’è lo smog, ma stare in mezzo alla gente ti fa dimenticare un po’ i tuoi dolori. Giro parecchio in macchina, spesso da solo. E qualche volta vado in discoteca, un posto a me sconosciuto fino a qualche tempo fa. Non avrei mai pensato di andarci…».
Eros non si nasconde, non nega il dolore, ma neppure lo accentua. Questione di riservatezza più che di orgoglio. «Ho sofferto tanto da ragazzo, ma sono riuscito a fare ciò che mi piace. Poi può capitare che si ritorni indietro, che sensazioni dimenticate si riaffaccino e allora è importante scavare dentro se stessi. È quello che faccio, senza analisti, senza religioni: sono abituato a risolvere tutto dentro di me. Della fine del mio matrimonio non voglio parlare, la risposta a tutte le cose brutte del passato è nel mio disco. E, comunque, quello che mi è successo succede a tanti. La mia fortuna è che economicamente non ho problemi: c’è anche chi da queste situazioni esce rovinato. La forza per reagire me l’ha data mia figlia. È splendida. Se non avessi avuto Aurora, mi sarei buttato solo sulla musica. Ma so di avere delle responsabilità come padre. Ho una grande paura della promozione del disco, delle tournée perché, nell’ambito dei miei spazi, cerco di stare con lei il più possibile. Frequenta l’International School ed è bilingue, parla italiano e inglese. Potrebbe anche imparare il tedesco se la mamma le parlasse in quella lingua». Nella copertina del singolo Eros è fotografato di spalle e offre all’occhio del fotografo il tatuaggio che ha sulla nuca. «Se un giorno Aurora se ne volesse fare uno, non potrei biasimarla. Ai figli puoi solo dare un assestamento. Poi vanno per la loro strada. Così a lei cerco di insegnare il rispetto per gli altri. Per il resto, quando è con me può fare tutto». A quasi 40 anni, Ramazzotti riesce a guardarsi con distacco e perfino a prendere in giro il suo mito. «Un po’ di paranoia dell’età che avanza ce l’ho. Ho anche la fissa della pancia. Non mi riesce di tirarla giù, nonostante la ginnastica». Confessa di non riuscire a imparare l’inglese («ho proprio un blocco psicologico») e di aver avuto un’infanzia travagliata per una forte miopia. «Portavo gli occhiali spessi come fondi di bottiglia e i compagni mi massacravano di battute. È uno dei motivi per cui mi sono chiuso in me stesso. Stavo in casa, con la chitarra, non frequentavo comitive. La prima vera storia l’ho avuta solo a 20 anni». Da allora ce n’è stata un’altra importante. «Sì, due storie. È tutto. Non mi innamoro facilmente. Ora il mio rapporto con le donne è molto bastardo, da uomo normale… e questo mi fa davvero male al cuore. Che cosa posso dire? Verrà quel che verrà».
Eppure è a una donna che Eros dedica quest’ultimo lavoro. «Mia madre è scomparsa un anno fa. Si chiamava Raffaella, ci capivamo con uno sguardo. Devo a lei se ho i piedi per terra. Mi ha insegnato che nella vita bisogna sempre dare il massimo. Non è facile, però io non l’ho mai dimenticato».

I SUOI DISCHI

Il suo debutto risale a un 45 giri, nel 1982, dal titolo «Ad un amico». Ma il ragazzo è ancora acerbo. Ci vogliono altri due anni ed è tra le Nuove Proposte di Sanremo ’84 che nasce una stella: «Siamo ragazzi di oggi/pensiamo sempre all’America» e il brano «Terra promessa» stravince. L’anno dopo torna al Festival e presenta «Una storia importante» (6° posto) seguita dal suo primo album «Cuori agitati» con cui s’impone come il nuovo cantore delle pene adolescenziali, di chi vive nelle periferie, di chi teme il futuro. Poi, l’anno dopo, la consacrazione al Festival con «Adesso tu». E non è un caso che l’album seguente s’intitoli «Nuovi eroi» (’86). Da allora Ramazzotti passa da un trionfo all’altro («In certi momenti» ’87; «Musica è» ’88; «In ogni senso» ’90; «Tutte storie» ’93; «Dove c’è musica» ’96; «Eros» ’97, «Stilelibero» ’2000). La progressione del successo di Eros è impressionante, non solo nei confini nazionali ma, anno dopo anno, sul mercato internazionale: quello europeo - dalla Grecia alla Scandinavia - quello latino in tutto il Sudamerica e poi quello asiatico. Lui è uno dei massimi protagonisti del pop italiano moderno che, specie negli Anni 90, grazie al «suono giusto» riesce a farsi pop internazionale. Riconoscibile a Copenaghen come all’Avana. Non è un caso che star assolute come Tina Turner, Cher, Joe Cocker abbiano duettato con lui. A parte la voce così particolare, così nasale e inconfondibile, l’orecchiabilità e la linea melodica sono due costanti cui Eros non rinuncia. Ma, fateci caso, sempre aggiornate negli arrangiamenti e nelle vesti sonore: sia la venatura rock di «Cose della vita» come l’influsso latino di «Fuoco nel fuoco». Piccoli, progressivi spostamenti per non perdere mai terreno. Per questo siamo tutti curiosi di scoprire dove andrà a «calciare» questa volta l’attaccante Ramazzotti…

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