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Ora sto bene

Leggi l'intervista rilasciata a "tv sorrisi e canzoni"...





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Eros Ramazzotti
Negli occhi di Eros c’è qualcosa di nuovo. Un lampo di allegria, ma non solo. Ci sono serenità, soddisfazione, voglia di guardare avanti. «Vivo oggi e guardo al domani» proclama. «Se dovessi pensare al passato sarei morto da un pezzo». Il presente, per Eros, ha un titolo: «Calma apparente». È quello del suo nuovo album, il decimo in 24 anni di carriera, inciso sia in italiano sia in spagnolo. Tredici canzoni pubblicate in contemporanea in Italia e nel resto del mondo venerdì 28 ottobre, in occasione del 42° compleanno del cantautore. In tutto, un milione e mezzo di copie già distribuite. «Calma apparente», però, non è solo un titolo. È anche una confessione, un modo per fotografare lo stato d’animo del momento. «Non ho più voglia di parlare di ciò che è successo negli ultimi mesi» mette subito in chiaro. «Quel che c’era da dire è stato detto. Per tutto il resto, parlano le canzoni. Io adesso sto bene. Ho soltanto voglia di fare musica».
Eppure il titolo scelto per l’album lascia intuire che non sia tutto dietro le spalle.
«E invece è così. Per uno come me la calma è sempre apparente. Sono uno che si fa gli affari suoi, non mi piace andare in giro per locali. Me ne sto zitto, lascio parlare gli altri. Ma più sto zitto, più i giornali s’inventano cose sul mio conto. Vorrei sapere come ha fatto Lucio Battisti».
Che cosa c’entra Lucio Battisti?
«C’entra, c’entra. Lui è stato un grandissimo. Il più grande, forse. Eppure la gente neppure sa che faccia ha suo figlio. Lucio ha saputo proteggere la propria vita privata come pochi altri. Agli esordi non potevo immaginare quale polverone avrebbe sollevato la mia vita, di lì a pochi anni. Che devo fare, sono in ballo. Balliamo».
E dire che i nuovi pezzi trasmettono grande serenità.
«Mai come adesso sono convinto che la vita sia bella. È il mondo che fa schifo, purtroppo».
Le canzoni non dovrebbero aiutare a renderlo migliore?
«Le piccole cose, in generale, hanno questo potere. Le canzoni, però, sono un’arma a doppio taglio».
Perché mai?
«Per quanto possa essere stanco e arrabbiato, se la sera torno a casa, imbraccio la chitarra e scrivo una buona canzone, posso trasformare una brutta giornata in una data da ricordare. Ma chi fa il mio mestiere deve al tempo stesso rendere conto a tutti. Chi vende milioni di dischi non può permettersi il lusso di un momento difficile. Si è sempre pronti a puntargli l’indice addosso».
Qual è stato il suo momento peggiore?
«Direi alla metà degli Anni 90. Ero ricco, famoso, avevo una bella famiglia. Mi sono sentito onnipotente. Ma, in realtà, avevo perso il controllo della mia vita. Ero arrivato a spendere più di tre miliardi di lire per produrre un disco. Meno male che ho avuto la capacità di guardarmi dentro».
(…)
«Calma apparente», però, sembra prodotto senza badare a spese…
«Infatti è così. Ci sono cose su cui non si può risparmiare».
Soprattutto se il disco viene venduto in tutto il mondo.
«Già. Anche se non ho mai scritto le mie canzoni pensando alla nazionalità di chi acquista i miei dischi. Ma è evidente che all’estero prestano maggiore attenzione a certi dettagli. È una cosa della quale discuto spesso con il mio amico Biagio Antonacci. Lui spende molto meno di me per registrare un album. Alla fine, però, vende una valanga di copie pure lui».
Dov’è il punto, allora?
«È banale dirlo. Ma una buona canzone deve possedere il dono dell’onestà. E anche chi la canta deve essere sincero con il pubblico. Altrimenti può andarti bene una volta o due. Ma alla lunga ti voltano le spalle».
(…)
Si fida ancora del prossimo?
«È difficile fare un mestiere come il mio, se si è malfidenti. Diciamo che cerco di educarmi, facendo tesoro dell’esperienza. Col tempo non si cambia, ma si può migliorare».
Qual è l’ultima persona che le ha insegnato qualcosa?
«Anastacia, senza dubbio. Ho duettato con lei in un brano del nuovo Cd, “I belong to you - Il ritmo della passione”. È una donna forte. È stata sull’orlo del precipizio, per via della sua malattia (tumore al seno, ndr). Ma ha saputo ricominciare da capo. Noi artisti ci lamentiamo troppo. Ogni tanto dovrebbero ricordarci che cosa vuol dire lottare».
Lei, ovviamente, lo ricorda.
«Eccome. Vengo da una famiglia modesta. Tutto quello che sono diventato lo devo agli insegnamenti dei miei genitori. Da loro ho imparato che restando uniti si sopravvive a tutto: alla guerra, alla povertà, alla fame. Molte cose, poi, me le ha insegnate la vita».
Già. Lei è nato «ai bordi di periferia», come cantava a Sanremo nel 1986…
«In gioventù ho visto degli amici morire a causa della droga. È il genere di esperienza che ti striglia. E ti evita molti guai».
In «Beata solitudine» canta il suo stato di single senza rimpianti. Tutto vero?
«Certo. Non mi spaventa il fatto di passare del tempo da solo, anzi. Sono sereno come poche volte prima di adesso».
Nell’album non mancano comunque grandi ballate d’amore, come «Tu sei».
«Le mie canzoni non sono tutte autobiografiche. Possono nascere da un lavoro di costruzione e di assemblaggio che dura anni. Non sempre raccontano storie vere. Un po’ come i giornali».
Ultimamente è stato scritto di tutto, riguardo a lei.
«Già. L’altro giorno ero in Germania per delle interviste e ho passato la serata con Pino Fusaro, un amico che si occupa di un grande progetto benefico al quale cerco di collaborare. Eravamo in un ristorante, c’erano anche suoi amici e alcune amiche. Il giorno dopo i giornali tedeschi sono usciti con grandi foto e titoloni: “Eros ha una nuova fiamma”. Che cosa dovrei fare? Passare le giornate a smentire le settemila falsità che girano sul mio conto? Ma se anche avessi una storia, che male ci sarebbe? Ho detto che sto bene in beata solitudine, non ho mai dichiarato di voler restare da solo per il resto della mia vita».

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