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Guerre nucleari nell'antichità? (2)

All'interno di antichi documenti in sanscrito, come il Mahābhārata, la descrizione degli effetti di una guerra nucleare, e di armi dall'aria modernissima.

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L’esploratore-cacciatore H. J. Hamilton ricevette uno shock notevole quando entrò dentro un basso edificio a forma cupola sprofondato nel terreno, dentro il folto di una foresta in una zona settentrionale del subcontinente indiano. Hamilton ricorda che d’un tratto il terreno cedette sotto i suoi piedi con un curioso rumore. Si mise quindi in un posto adatto per allargare l’apertura che era apparsa, utilizzando il calcio del fucile, abbassandosi poi nello squarcio del terreno. L’uomo si trovò, dunque, all’interno di un corridoio lungo e stretto, nel quale giungeva la luminosità del giorno da uno spazio in mezzo alla cupola. In fondo al corridoio vide una specie di tavolo e un sedile davanti a questo, entrambi costituiti dalla medesima sostanza delle pareti, somigliante al cristallo.

Vi era una curiosa forma rannicchiata sul sedile, e somigliava vagamente a quella di un essere umano. Hamilton, guardando la cosa da vicino, pensò potesse trattarsi di una statua danneggiata nel corso del tempo, ma poi, osservando meglio, si accorse di qualcosa che lo riempì di orrore: sotto il “vetro” che copriva la “statua” si potevano chiaramente vedere le ossa di uno scheletro!

Pareti, mobili, persone fusi e poi cristallizzati. Nessun incendio o eruzione vulcanica avrebbero potuto generare un calore tanto intenso da provocare un simile fenomeno. Solo il calore prodotto attraverso qualcosa di simile all’energia atomica avrebbe potuto compiere danni paragonabili, ma è senz’altro pazzesco pensare ad armi create da una tecnologia avanzata in tempi antichi, soprattutto da parte della storiografia e archeologia ufficiali.

Qualcuno potrebbe domandarsi dove siano stati registrati avvenimenti di tale portata. E’ una domanda giusta e, in effetti, si trovano prove che testimonierebbero la realtà storica di avvenimenti che hanno recato tracce nascoste in certi luoghi del mondo. Alcuni ricercatori hanno reperito qualcosa che potremmo chiamare una capsula del tempo, un certo numero di documenti nascosti fino a tempi recenti dall’incomprensibilità del testo stesso con cui sono stati scritti. Quando furono tradotti la prima volta nel XIX secolo, non vennero capiti. E non potevano esserlo fino a quando le conoscenze tecnologiche della seconda metà del XX secolo non furono in grado di riconoscere diversi particolari descritti nel testo. Questi documenti contengono una versione molto antica di quella che oggi è sorprendentemente una lingua familiare. Il loro contenuto è abbastanza impressionante.

Sono nientemeno delle testimonianze che sollevano la questione cruciale: è stata forse una guerra nucleare a spazzare via una buona parte del mondo civilizzato in Asia nel terzo millennio a.C.?

All’interno di un antico testo indiano, il Mahābhārata - documento di 200 versi tradotto completamente dal 1884 - si trovano riferimenti ad eventi verificatisi in un periodo che va dal 1.500 al 2.500 a.C., anche se la stesura del testo risale al 500 a.C. Il capo del gruppo che ha tradotto il documento (decenni prima della comparsa della guerra chimica, degli aeromobili, di razzi e bombe nucleari), commentò che la maggior parte del contenuto del libro sembrerebbe “ridicolo e incomprensibile” per un lettore di lingua inglese.

Il Mahābhārata racconta in dettaglio come furono utilizzati dei velivoli per lanciare un’arma la quale devastò tre città. La cronaca è simile , in maniera quasi snervante, a una relazione da parte di un testimone oculare di una bomba atomica che esplode causando distruzioni immani. Viene descritta: 1) La luminosità dello scoppio; 2) La colonna di fuoco e fumo; 3) Le ricadute fallout; 4) Ondate di caldo intenso e onde d’urto; 5) L’aspetto delle vittime; 6) Gli effetti dell’avvelenamento da radiazioni.

Il testo storico mostra le seguenti descrizioni: 1) Un fulmine di ferro contenente “il potere dell’universo”; 2) Una colonna incandescente di fumo e fiamme, splendente come dieci volte mille soli, che crebbe in tutto il suo splendore “; 3) Nuvole ruggenti verso l’alto; 4) Nuvole color sangue che si trascinarono sulla terra; 5) Venti che cominciarono a soffiare col rumore di mille elefanti che distruggono miglia e miglia con le loro zampe; 6) La terra tremò, bruciata dalla violenza del calore; 7) I cadaveri erano così bruciati da non essere più riconoscibili; 8) I capelli e le unghie si rompevano, la ceramica si spaccava senza motivo apparente, gli uccelli diventarono bianchi, dopo poche ore tutto il cibo si infettò; 9) Migliaia di veicoli da guerra piombarono da tutte le parti e i cadaveri divennero cenere.

I territori di quelle antiche zone di guerra potrebbero identificarsi con le zone del corso superiore del Gange. Come si può vedere dai brani riportati di questo antico testo sanscrito, il Mahābhārata è una specie di “nervo scoperto”. E’ come se il freddo terrore dei sopravissuti fosse ancora presente in quelle pagine. Fino a quando l’attuale civiltà non ha iniziato a sperimentare sostanze radioattive, nessuna persona sulla terra avrebbe potuto descrivere una malattia dovuta alle radiazioni, per lal semplice ragione che una tale malattia non esisteva. Eppure su quel testo in sanscrito i sintomi di avvelenamento da radioattività sono descritti, e ricercando il dettaglio clinico!

Più significativamente, il documento indiano afferma che gli ammalati in questione potrebbero sperare di salvarsi rimuovendo tutti i metalli che hanno addosso e immergendosi nell’acqua dei fiumi, in modo da lavare via le particelle contaminate: un’esatta procedura che viene seguita anche oggi.

Inoltre, vi è qualcosa di ancora più sensazionale riguardo questi teatri di guerra nucleare del secondo millennio a.C. Naturalmente ciò è del tutto scandaloso e intollerabile per gli ambienti dell’archeologia classica, ma sembrerebbe ci sia la possibilità che da quegli antichi militari attivi nel subcontinente indiano, siano stati utilizzati oggetti che potremmo chiamare oggi “dispositivi di ascolto” e di “visione a distanza”.

Vi sono cronache indiane risalenti al 2000-2500 a.C., considerate copie di documenti ancora più lontani nel tempo. Riflettendo come gli scritti di quel tempo che erano conservati in altre località (pensiamo alle biblioteche dell’Africa del nord, come quella di Alessandria) abbiano sofferto di distruzione volontaria, queste cronache sono, per qualche motivo miracoloso, sopravvissute. E’ sorprendente rendersi conto come quelle storie indiane attentamente conservate, vecchie di migliaia di anni, contengano ripetute testimonianze di qualcosa che potremmo chiamare “conoscenza scientifica moderna”, così moderna che gran parte dei paragrafi che la descrivevano vennero considerati assurdi quando furono tradotti nel secolo scorso.

Scienziati di varie zone del mondo, qualche anno fa si misero a leggere un notevole traduzione compiuta dallo studente Maharshi Bharadwaja, chiamata Aeronautics, descritta come la traduzione di un manoscritto proveniente da tempi preistorici. Essa contiene nozioni affascinanti, incredibili. Questa traduzione è stata pubblicata dall’Accademia Internazionale di sanscrito di Mysore, in India. L’indice di Aeronautics include: 1) Il segreto di costruire velivoli per far sì che non si rompano e non prendano fuoco; 2) Il segreto per realizzare velivoli senza motore; 3) il segreto per ascoltare conversazioni e altri suoni in aerei nemici; 4) il segreto per ricevere immagini a distanza dall’interno di velivoli nemici. Certo, è facile essere impreparati a riflettere sul fatto che, in un lontano passato, degli uomini abbiano potuto utilizzare oggetti così simili alle tecnologie del XX-I secolo. Sulle prime, leggendo cose come queste, non si può evitare di pensare che sia tutta una bufala. In realtà, sia gli scritti originali che le loro traduzioni sono del tutto genuini, il che è molto imbarazzante per i paladini della storia così come viene comunemente conosciuta.