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Il ritualismo pagano di piangere i morti

Piangere i morti è una prassi che accomuna la maggior parte delle civiltà, specie qui in Occidente. Sembrerebbe, a prima vista, una necessità antropologica, un sorta di incontrollabile istinto legato[...]



Piangere i morti è una prassi che accomuna la maggior parte delle civiltà, specie qui in Occidente. Sembrerebbe, a prima vista, una necessità antropologica, un sorta di incontrollabile istinto legato al nostro ancestrale terrore nei confronti della morte e del nulla. Ogni volta che piangiamo un morto, piangiamo dinanzi alla morte, e dinanzi a noi stessi. Pirandello, in una sua novella, diceva di come piangere per la morte di una persona cara significhi in realtà piangere per la scomparsa di quell’Io (l’Io generato dagli occhi della persona scomparsa) che non potrà più tornare a vivere.

Soffrire per la morte di un caro è legato alla tradizione ed alla cultura cristiana, ma non del cristianesimo originario e teorico. Mi spiego meglio: S. Paolo, nella Prima Lettera ai Tessalonicesi (ma con lui anche Matteo e Luca) rimproverava i cristiani che si ostinavano a piangere e a disperarsi dinanzi alla morte altrui, in quanto quegli atteggiamenti erano delle reminiscenze del paganesimo precedente l’avvento del Cristo. Con la parola di Cristo, e l’annuncio dell’avvento dei Cieli sulla Terra, è stupido disperarsi per la scomparsa di qualcuno.

Ebbene, questa “sopravvivenza” pagana si è trasmessa fin nelle tradizioni popolari e folkloristiche speicalmente del Sud Italia, nella pratica della “lamentazione”, differente e caratteristica tra le diverse regioni e provincie (a questo proposito rimando alla lettura di Itinerari meridionali di Ernesto De Martino, in Furore Simbolo Valore). D’altronde l’iconologia e l’immaginario artistico ci ha trasmesso rappresentazioni di profonda disperazione, in special modo dinanzi alla morte di Gesù. Potremmo dire che in fondo siamo ancora “pagani”, o forse anche “omerici” in quanto riteniamo ancora la “durata della vita” come un valore.

L’idea che non sia la “durata” della vita a decretarne un valore, bensì la vita stessa nelle azioni, può degenerare nell’etica del kamikaze islamico; qui ad esempio ho visto scene di donne, madri che piuttosto che disperarsi esultavano con gioia per come fosse morto il proprio caro. Questo è più vicino all’etica cristiana di quanto si pensi, ma certo non alla ancor più profonda origine occidentale, quella omerica, greca, gelidamente razionale.