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Jacques Lacan: Il seminario - Libro XI

Datato 1964, l’undicesimo libro appartenente al ciclo dei seminari che Jaques Lacan tenne tra colleghi e amici, è un testo di straordinaria bellezza e importanza. Einaudi pubblicò molti dei[...]

Datato 1964, l’undicesimo libro appartenente al ciclo dei seminari che Jaques Lacan tenne tra colleghi e amici, è un testo di straordinaria bellezza e importanza. Einaudi pubblicò molti dei seminari in questione (che in tutto arrivano circa a 20), nonchè l’intera raccolta degli Scritti. Il Seminario XI è uno dei testi più complessi ed enigmatici che io mi sia mai trovato a leggere o studiare. In questo difficile testo, filosofia e piscoanalisi si intrecciano, generando un’entusiasmante rilettura dei principi piscoanalitici classici. Non a caso, il sottotitolo dell’opera è “I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi“.

La volontà di Lacan è sempre stata quella di “tornare” al maestro, ovvero a Freud, ai suoi testi; la tradizione psicoanalitica ha sviato i significati dei concetti portanti della disciplina, basti pensare a come venga trattato, dai vari analisti, l’ “inconscio“, quasi fosse una realtà statica e nascosta che basterebbe solo svelare per risolvere il problema. In Lacan, l’inconscio è un campo di forze, generato al momento dello scambio dell’analista con l’analizzato, nè prima nè dopo. Per questo, Lacan dirà che “L’inconscio è strutturato come un linguaggio” ed è generato da ciò che si da al di là del significato, ovvero nel significante stesso. La totalità del significante del linguaggio rappresenta ciò che noi chiamiamo inconscio.

Lacan reintepreta il significato di pulsione, di transfert, di desiderio; senza dubbio le pagine più affascinanti sono quelle relative al rapporto di “schisi” che si instaura tra occhio e sguardo. Con aguardo, l’oggetto assume anche la posizione di soggetto, e siamo coinvolti in un campo di energie più che in una visione oculare tradizionale che ci pone a distanza dall’oggetto. Questo è importante perchè, in Lacan, è la modalità stessa per cui si da il desiderio, che è sempre “desiderio dell’Altro”. La nostra personalità, il nostro io, il nostro sguardo, non è mai chiusa monoliticamente in sè stesso, ma trova sempre senso nell’alterità, nell’Altro.