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Un filosofo davanti alla TV

Cosa può chiedersi un filosofo che guarda “L’Isola dei famosi”, o uno dei tanti (troppi) programmi che contaminano la nostra TV? Di certo, una riflessione sarebbe relativa alla[...]


Cosa può chiedersi un filosofo che guarda “L’Isola dei famosi”, o uno dei tanti (troppi) programmi che contaminano la nostra TV? Di certo, una riflessione sarebbe relativa alla “questione morale”. E’ giusto che talune trasimissioni monopolizzino un servizio pubblico? E in relazione a ciò, qual’è il ruolo che la TV pubblica dovrebbe avere?

Il tema della moralità ci costringerebbe a scomodare la pedagogia e le scienze dell’educazione; fermo restando l’importanza dell’esistenza di una TV pubblica, essa dovrebbe garantire una funziona documentativa, informativa, culturale, oltre a quella di intrattenimento. Il segreto sta nello scoprire che le due cose non si escludono necessariamente a vicenda, soprattuto se la TV vuole ambire alla funzione di fondazione di “sitema di valori condiviso” da una società. Se il male peggiore è e resterà l’ignoranza, sarebbe auspicabile che la TV si opponesse al degrado di cui invece è fiera sostenitrice.

Oltre a ciò, c’è un altro piano, a mio avviso meno scontato e più interessante da analizzare, ovvero il tipo di rapporto che lo spettatore
instaura con l’immagine televisiva. Si dice spesso che la televisione è innocente, in quanto non fa che proporre ciò che la gente vuole. Ma
non è forse vero che la gente vuole certe cose, perchè guarda la televisione? Si tratta di un rapporto simultaneo, di corrispondenza reciproca, come un circolo chiuso dove è impossibile determinare cosa abbia determinato chi. Per rompere questo cerchio, sarebbe utopico pensare di agire direttamente nella mente e suii costumi della gente, perciò sarebbe meglio modificare i palinsesti della TV.

A questo proposito, Jacques Derrida, in Ecografie della televisione, parla di rapporto “transductivo”: il soggetto costruisce la TV col suo consenso, ma la TV non fa altro che acquietarsi sulla volontà dello spettatore, per un ovvio interesse commerciale. Così, essa rifiuta qualsiasi sperimentazione e innovazione, optando per schemi e regole già collaudati. Tutta la TV è regolata e rigidamente costruita; sempre Derrida, nello stesso testo, parla di “artefattualità” della televisione, capace di “creare” l’evento, simulando in alcuni casi una maggiore spontaneità e veridicità attraverso la ripresa “in diretta”. Seppur ci illudiamo dell’onestà di tali immagini, si tratta in realtà di una sorta di raggiro: i reality show, e le trasmissioni on live, sono sempre costruzioni, filtrate da precise intenzionalità, e perciò falsi eventi, ingannevoli e malsani.