
Chiedersi quale debba essere, oggi, il profilo della persona che intende “governarci” come rappresentante dell’intero paese (della maggioranza che l’ha votato, come della minoranza), è un problema delicatissimo ed estremamente attuale.
Che la maggioranza non decreti un valore dovrebbe essere una condizione e principio dato per acquisito: dato l’orizzonte sociale e culturale terribile al quale assitiamo, pare necessario per lo meno farsi venire il dubbio. Se la maggioranza dei cittadini, nel caso del nostro paese, è la stessa maggioranza che legge a stento un libro all’anno, che non compra i giornali, che non conosce la storia della nostra nazione, il rischio è affidare a una loro decisione le sorti anche di chi ha maggiore coscienza delle dinamiche che si profilano anche per l’avvenire di ciascuno.
Che sia un problema delicato è testimonaito anche dal fatto che, spingendo troppo oltre il discorso opposto, si arriverebbe all’autoritarismo del “potere dei pochi”, coloro che si presume abbiano le capacità e la conoscenza specifiche per fare il bene di ciascuno. Questa visione elitaria ha provocato non pochi imbrazazzi all’Intellighenzia italiana di sinistra: secondo un’ottica sartriana, il “partito” rappresentava nei decenni passati l’autentica coscienza del popolo, e ad esso andava demandata la proprio pratica decisionale e le proprie volontà.
Forse è giusto che il leader di volta in volta rappresenti quello che è lo “spirito” del popolo di quella data epoca, riflettendone le tendenze. La politica così intesa è un riflesso di ciò che l’ha determinata. Sarebbe perciò utile coinvolgere l’educazione culturale e civica per permettere ad ogni singolo cittadino di essere maggiormente cosciente dell’importanza dei valori inalienabili di ciascuno, degli errori commessi nel passato e di quale sia la menzogna che spesso si nasconde dietro al populismo e al demagogismo di quei personaggi che vengono votati senza un’autentica ponderatezza.
Max Weber, padre della modernità, convinto sostenitore dell’idea che il progresso scientifico e razionale avrbebbero determinato un progresso, nel suo La politica come professione, specifica come quella del politico non può essere compresa come una professione qualsiasi: chi fa politica non deve farlo per soldi, ovvero per mezzo di mantenimento. L’autentico uomo politico emancipato deve farlo per passione, sentendo in sè il desiderio di fare del bene alla collettività.
Il problema, soprattutto nel nostro triste paese, è che quella stessa persona spinta dalla passione (e non da necessità di tipo economico, anche se la camera è stracolma di persone che sono lì essenzialmente perchè preferiscono non lavorare) che ci governa è stata la stessa che, nel corso degli anni ‘80 e ‘90, è riuscita, per merito dei suoi mezzi di comunicazione, a fondare un humus che ne decreta “tautologicamente” il trionfo contemporaneo. L’italia vota Berlusconi perchè è berlusconiana, ma non è berlusconiana per scelta o per il risultato di un decorso storico chiaro e motivato (il partito del premier è un partito senza storia, che nulla a che vedere col nobile Partito Liberale Italiano di Einaudi e Croce), bensì è berlusconiana perchè Berlusconi è riuscito a renderla tale, prima ancora che scendesse direttamente in politica.

Alessandro Alfieri








