
Immagini scioccanti si susseguono sui canali televisivi; con lo scorrere delle ore, si amplifica il numero dei morti, e le testimonianze di chi è scampato alla morte sono comunque intrise dal dramma di aver perduto tutto, nel giro di pochi minuti.
Un evento del genere ci costringe a mettere in dubbio molte delle nostre convinzioni, imponendo a noi domande, dubbi, perplessità. Diviene quasi impossibile restare convinti che questo sia “il migliore dei mondi possibili” come avrebbe voluto Leibniz. La stesso sentimento di sfiducia nei confronti dell’ordine divino prestabilito lo provò Voltaire nel 1756, quando scrisse il Poema sul disastro di Lisbona. Nel 1755 un terrificante terremoto sconvolse il Portogallo, provocando qualcosa come 400.000 morti; Voltaire, in questo storico poema, prendeva una posizione sarcastica, aspra, e accusatrice nei confronti degli ottimisti che si affidavano ancora alla Provvidenza. Di lì a qualche anno avrebbe dato maggiore compostezza teorica e narrativa in quello che sarà il suo capolavoro, Il Candido, dove radicalizzerà l’idea della necessità di lasciarsi alle spalle la fede nei confronti di qualcuno che dovrebbe rimediare alle catastrofi dopo esserne stato responsabile, per concentarsi su un’idea di esistenza più pragmatica, attiva, realistica. Il nostro mondo è un mondo di disgrazie e di sofferenze; sta a noi (e non a Dio) reagire nei limiti del possibile al male, assumendosi come compito l’ateismo e perciò l’opposizione al fatalismo.
La catastrofe de L’Aquila, d’altronde, ci riporta in mente le parole di Leopardi scritte nell’ultima fase della sua produzione, come quelle de La ginestra; dinanzi alla malvagità della natura e alla sua indole distruttiva, gli uomini, piuttosto che farsi stupidamente la guerra tra loro, dovrebbero allearsi per fare fronte comune contro quello che è l’autentico nemico. Questo nemico è appunto la natura, che terrorizza la specie umana con malattie, cataclismi, disgrazie.
Non è affatto il caso ovviamente di mettersi a disquisire sull’effetiva esistenza di Dio o accusare la “natura” di quanto accade; ma il messaggio di Leopardi può servire in queste ore, per poter capire come, dinanzi a eventi di questo tipo, solo l’unione e la solidarietà tra gli uomini può far fronte a manifestazioni del male come queste. Mettersi gli uni contro gli altri accusandosi a vicenda la possibilità di prevedere l’accaduto, o lasciarsi andare a gesti di sciacallaggio, sono grezzi tentativi di demandare le necessità del momento, che sono legate alla nostra volontà e forza di spirito.
Forza; è difficile, quasi ai limiti delle stesse possibilità umane, ma avere forza in questi casi è la dimostrazione di essere delle persone autenticamente degne di quasliasi stima e riconoscimento. Se si avrà tale forza oggi, un domani, quando le cose si spera saranno ristabilite e si potrà tornare alla serenità, ci si potrà guardare allo specchio sorridendo e pensare: “Si, sono stato forte…“.
Un particolare e sincero pensiero di vicinanza voglio rivolgerlo agli studenti dell’Università dell’Aquila; tutti confidano anche e soprattutto nella vostra di “forza”.

Alessandro Alfieri








