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La teoria dell'immagine in Warburg

L’importanza cruciale nella storia della cultura di Aby Warburg non è esclusivamente relegata nella mera “storia dell’arte”; Warburg ha inaugurato un modo innovativo e[...]



L’importanza cruciale nella storia della cultura di Aby Warburg non è esclusivamente relegata nella mera “storia dell’arte”; Warburg ha inaugurato un modo innovativo e estremamente raffinato di comprendere le immagini artistiche, ma in generale ogni fenomeno culturale. Per queste ragioni Agamben ha parlato di “scienza senza nome”, ovvero qualcosa di diverso dalla sociologia dell’arte, dalla storia e dalla critica, ma anche dall’iconologia e dalla filologia.

Con Warburg nasce un modo di relazionarsi all’immagine; anche se negli scritti di Warburg (come in Rinascita del paganesimo antico) è raro trovare teorizzazioni esaustive, le sue ricerche però confermano come per lo studioso tedesco il significato dell’immagine è sempre nel suo perpetuo relazionarsi ad altre immagini ad essa esterne. Col concetto di Nachleben, ovvero “sopravvivenza”, Warburg mostrava come nel Rinascimento fiorentino fossero “ritornate” delle figure e formule (le pathosformeln) appartenute alla classicità greca in primis, e che si sono riproposte nel corso della storia in maniera non prevedibile. Rintracciare e ricostruire la storia di un’immagine significa superare l’abituale concezione crono-logica del tempo, inteso come successione di momenti. Warburg parlò di “antico presente”, ovvero qualcosa che fonda il suo stesso passato al momento del mostrarsi (come l’ immagine dialettica di cui parla Walter Benjamin).

Un caso esemplare è quello della “ninfa”: Warburg, osservando un affresco del Ghirlandaio e restando folgorato dalla figura di una giovane ancella con un cesto sulla testa, riuscì a rintracciare la stessa figura nell’antichità, ma anche nelle illustrazioni medievali, e addirittura nelle comunità indigene americane. Non è possibile sostenere che nessuna di queste “ninfee” sia originaria o abbia la prevalenza sulle altre (quasi come una sorta di archetipo), bensì emergono senza che ci sia nemmeno la conoscenza reciproca della stessa figura (che Warburg amava defnire anche “engrammi”, ovvero forme spirituali che scorrono sotterranemente e che emergono senza ragioni razionali concrete).

La complessa teoria dell’immagine di Warburg ha aperto tutta una serie di studi dedicati alle varie manifestazioni contemporanee; questo perchè la centralità dell’immagine è un problema attuale, soprattutto se assumiamo la convinzione che l’immagine non è risultato di una storia ad essa antecedente, quanto “fondamento” della storia stessa e dei suoi significati, essenso essa la sorgente della storia e del tempo inteso non in maniera lineare quanto “anacronistica”, come il celebre interprete di Warburg Didi-Huberman afferma.

Questo diventa evidente in una delle ultime imprese di Warurg, ovvero l’Atlante delle immagini detto anche Mnemosyne: Warburg fece delle installazioni di molte immagini legate tra loro per un qualche carattere o “formula” in comune. Queste installazioni non erano ordinate in maniera consequenziale, bensì in maniera centrifuga, tendendo esternamente verso le altre immagini instaurando quelle che Wittgenstein definirebbe “somiglianze di famiglia”. L’immagine di partenza perde la sua primarietà e diviene evidente come il suo senso stia sempre nell’intervallo tra lei e un’altra immagine, e mai nella presunta possibilità di ripulire l’immagine dalle sue relazione con l’esterno (come l’epochè fenomenologica intendeva fare).