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Beata solitudine, isola benedetta

Molti vedono nella solitudine una delle peggiori sciagure possibili; per molti altri, invece, essa rappresenta l’unica condizione per essere autenticamente se stessi. “Beata solitudine, isola[...]



Molti vedono nella solitudine una delle peggiori sciagure possibili; per molti altri, invece, essa rappresenta l’unica condizione per essere autenticamente se stessi. “Beata solitudine, isola benedetta” cantava Franco Battiato; effettivamente, questa celebrazione della solitudine è condivisa da molti autori e pensatori, basti pensare a tutta la poetica romantica, nonchè ai vari fenomeni di eremitismo diffusi nelle diverse religioni. Gli eremiti, infatti, sostengono che l’unica possibilità di ambire alla conoscenza del divino e al confluire spirituale con esso sia offerta dall’isolamento totale, dalla lontananza da qualsiasi tentazione terrena e da ogni possibile contaminazione col prossimo.

Una convinzione simile era sostenuta da Arthur Schopenhauer, per il quale ogni essere umano, dinanzi al prossimo, è per sua essenza un mentitore, e si trova costretto a recitare una parte; questo perchè ogni relazione sociale si fonda su un margine (più o meno grande) di ipocrisia, che non concede a nessuno di essere veramente se stesso. Ciò che si pensa e la nostra volontà non si identifichino quasi mai con l’azione e con la nostra manifestazione esterna quando ci troviamo assieme agli “altri”.

Ma la domanda è: possiamo evramente fare a meno degli “altri”? Sartre sosteneva che “L’inferno sono gli altri“, ma era il primo a sottolineare l’impossibilità di rinunciare totalmente agli altri, in quanto anche quando soli, il nostro giudizio su noi stessi si relaziona sempre a ciò che gli altri pensano di noi, anche se non fisicamente presenti. In solitudine, siamo comunque accompagnati dagli “altri”, che definiscono l’orizzonte del mio giudizio e dei miei pensieri. Io stesso sono “altro” per me stesso, e vengo trattato come una “seconda persona” che mi osserva e mi giudica. Perciò, potremmo dire, non si è mai “autenticamente” e “assolutamente” soli; ancora più radicale è Emmanuel Levinas, per il quale “gli altri” deventano una categoria ontologica fondamentale: potremmo dire che l’uomo è l’animale che è perpetuamente “con altri”, dato che le stesse categorie e concetti che adotta per pensare e valutare il mondo sono sorti a partire da una intersoggettività originaria dell’uomo; io penso, valuto, giudico grazie all’esistenza di altri esseri umani, senza i quali sarebbe impossibile anche una mera esperienza di pensiero.

Insomma, non bisogna illudersi della possibilità di isolarsi totalmente allontanandosi dal prossimo, perchè il prossimo resterà sempre presente (lo stesso isolamento è un atto di relazione con l’altro); d’altronde, però, nutrire una sana solitudine può aiutare a diventare più forti, a garantirsi un’autonomia esistenziale attraverso la quale tornare a relazionarsi al prossimo, con la coscienza dell’impossibilità di poter fare altrimenti, e insieme con la gioia che deriva dal contributo infinito che il prossimo può fare alla mia vita.