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Come non giudicare il prossimo?

Sartre sosteneva che “l’inferno sono gli altri“. In effetti ognuno di noi non può mai esimersi dalla sua connaturata condizione esistenziale di essere perennemente[...]



Sartre sosteneva che “l’inferno sono gli altri“. In effetti ognuno di noi non può mai esimersi dalla sua connaturata condizione esistenziale di essere perennemente “con-altri”, sempre vittima dello sguardo altrui che lo “blocca” oggettivandolo, rinchiudendolo in una definizione, in una categoria o in una determinata figura.

E’ anche vero però che molti di noi scadono nella malafede quando sostengono la convinzione di relazionarsi agli altri “senza pregiudizi”; questo in quanto il fatto di poter relazionarsi ad eventi e persone spuri di qualsivoglia pre-giuidizio è un’astrazione che non trova corrispondenza nell’esperienza quotidiana. Ognuno di noi si relaziona agli altri con un “bagaglio” che, volontariamente o meno, impone una certa direzione alla comprensione e alla percezione stessa; chi rivendica di avere “fiducia nel prossimo” prima ancora di conoscerlo esplica esattamente questa connotazione inconscia: si parte con una impostazione mentale che viene poi “applicata” all’esterno, e perciò anche in questo caso si tratta di una relazione già fondata su un pre-giudizio.

Qualsiasi conoscenza non può esimersi dal pre-giudizio, altrimenti essa non potrebbe svilupparsi e accrescersi nel tempo, ma resterebbe eternamente uguale a se stessa. Ora, è ovvio che ogni società e convivenza civile si fondi su un (largo) margine di ipocrisia: chiunque possa criticare il prossimo di “giudicare gli altri” in realtà appartiene allo stesso gioco, in quanto “giudica chi giudica”. Come abbiamo detto, non si tratta di una “colpa”, ma di una naturale condizione dell’uomo. Le convenzioni sociali relative al vestiario, al comportamento, al linguaggio, sono delle realtà assolutamente constatabili e indubitabili: esse ci sono, al di là del giudizio positivo o negativo che possiamo darne. Esse segnano sempre l’orizzonte della nostra vita, e giuste o sbagliate che siano, non possono venire trascurate o sovvertite a proprio piacimento. Per quetso non è affatto “ipocrita” o “incoerente” criticarli mentre si continua partecipare ad essi, perchè parteciparvi è una necessità antropologica, che ci permette di essere-con-altri. Aver cosicenza del “gioco che si sta giocando” è l’unico modo concessoci di comprendere criticamente il mondo che ci circonda; insomma, chi accusa il prossimo di “giudicarlo”, o degenera nella patologia e nell’esclusione sociale, oppure è il primo ad avere in sé un sentimento di forte riverenza nei confronti dell’altrui giudizio, volendo apparire agli occhi degli altri “diverso” e “migliore”, e così facendo cascando in maniera ancora più energica nella stessa trappola alla quale tutti siamo condannati. Che gli altri siano liberi di giudicare allora, con la speranza che abbiano il cervello non ancora talmente atrofizzato da non poter cambiare giudizio sulle cose!