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Filosofia e psicologia della "fine del mondo"

Ogni cultura di ogni singola civiltà, nel corso della millenaria storia dell’umanità, ha sempre rivolto un certo interesse alla “fine del mondo”, l’ “Armageddon”,[...]



Ogni cultura di ogni singola civiltà, nel corso della millenaria storia dell’umanità, ha sempre rivolto un certo interesse alla “fine del mondo”, l’ “Armageddon”, l’ “Apocalisse”. Nella stragrande maggioranza dei casi, la fine del mondo non si presenta come un evento tra gli altri (come si può facilmente intuire): nelle religioni monoteistiche, il “giorno del giudizio” definisce il telos ultimo della storia, offre ad essa sostanza e consistenza, perchè è solo nella fine dei giorni che Dio potrà rivelare il senso di ogni cosa, e noi potremmo così redimerci dalle nostre colpe.

Ovviamente, non osiamo avvicinarci a un tema di tale portata in questa occasione; mi limiterò, a proposito della tradizione cristiana e del libro di Giovanni, a ricordare come tale libro, dove il santo racconta di una sua visione avuta a Patmos, sia l’ultimo del Nuovo Testamento sia in senso cronologico (è stato scritto parecchi anni dopo i vangeli), ma soprattutto in senso concettuale (ovviamente, trattando della “fine”). Appare chiaro come il “giorno del giudizio” reintroduca all’interno della religione un sentimento di terrore nei confronti delle proprie sorti al cospetto della volontà di Dio. Insomma, se il cristianesimo sorgeva come “frattura” rispetto all’ebraismo (con Dio che si fa carne divenendo uomo, col rifiuto delle ritualità di matrice pagana, con la partecipazione libera all’opera di Cristo, e perciò l’alba della nuova era per gli uomini con la nascita della “libertà” e il superamento della fede come imposizione esterna), deve essere divenuto chiaro che la parola di Cristo non sarebbe bastata, data la “debolezza” degli uomini. Così, il genio infinito di Giovanni ha integrato al Nuovo Testamento il fulcro della fede veterotestamentaria, ovvero la “paura di Dio”, il terrore dinanzi al suo giudizio; in questo modo, gli uomini avrebbero avuto una ragione in più (la più efficace) per divenire cristiani!

Il “mito” della fine del mondo, perciò, riflette problematiche sociali e psicologiche (se non politiche) fin dalle origini, e ancora oggi è così, nelle diverse rappresentazioni che se ne sono date nel tempo. I filoni al quale ricondurre il genere catastrofistico-apocalittico sono in genere tre: la catastrofe causata dalla volontà dei nemici (di solito alieni), la catastrofe causata dall’uomo stesso, dalla sua imperizia e dalla sua voglia di farsi la guerra, e la catastrofe causata da nessuna volontà specifica, che avviene senza darne avvisi, o senza che sia possibile accusare qualcuno.

Oggi di film del primo tipo se ne vedono sempre meno, perchè questa determinata visione della “fine del mondo” implica una responsabilizzazione da parte degli uomini stessi. La fine del mondo non avverrà solo se saranno gli uomini a volerlo, e da qui tutto il filone ecologista ovviamente.

Nella seconda modalità ci si priva del principio di responsabilità personale, per scaricare la responsabilità a un “nemico” proveniente dall’esterno, verso il quale è giustificato ogni mezzo di attacco e di difesa. Psicologicamente, quest’ottica è terribile: la fine del mondo sarà “colpa di qualcun’altro”, perciò non ho interesse ad adoperarmi per prevenirla.

La terza modalità è la più gettonata, soprattuto dal regista Roland Emmerich, che dopo aver girato Godzilla e Indipendence Day, palesemente legati alla seconda modalità, si è dedicato a film come The day after tomorrow e 2012, di prossima uscita. Il fatto che sia lo stesso regista ad aver compiuto tale passaggio, è significativo. Adesso scompare il nemico; la catastrofe avviene per mano della natura, o del destino, o del mero caso. Viene superata addirittura la dicotomia tra “uomini buoni” e “esseri cattivi”; ciò che viene messo in risalto è la piccolezza della specie umana, della sua storia, ritenuta grandiosa, immortale, “divina”, ma che potrebbe scomparire in un attimo per un mero capriccio del caso. Viene superata addirittura la volontà di “difendersi” e si rimane nel regime della de-responsabilizzazione. Gli atti eroici, come ci mostrano i protagonisti dei film in questione, avvengono “dopo” la catastrofe, perchè nulla si può fare, evidentemente, prima che accada.

Il fascino di tutto il meccanismo mediatico che circonda l’uscita di 2012, dalle profezie Maya a Nostradamus, ha a che fare con un perverso e inconscio (mai confessato) desiderio per la catatsrofe e per la fine. Il cinema servirebbe così a esaudire e a scaricare questa volontà taciuta a noi stessi, a mo’ di catarsi. Le immagini di 2012 sono la proiezione delle nostre più terribili pulsioni libidiche, la visione di una fine che nella realtà ci stiamo impegnando tutti a raggiungere, che viene “spogliata” della sua ragione intrinseca per finire declinata nell’ “inevitabile”.