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La ragione alle prese con l'orrore della pedofilia (parte prima)

Tra i vari crimini che caratterizzano la nostra società, ce n’è uno che trova una condivisione non comune in quanto a toni di accusa e di ripudio assoluto. Si tratta della pedofilia, ovvero quella[...]



Tra i vari crimini che caratterizzano la nostra società, ce n’è uno che trova una condivisione non comune in quanto a toni di accusa e di ripudio assoluto. Si tratta della pedofilia, ovvero quella devianza sessuale che conduce un soggetto a provare attrazione per una persona ancora immatura, in età pre-puberale. E’ ovvio che la sfida della ragione, questo lume che ha indirizzato lo sviluppo dell’occidente in ambito giuridico e politico (almeno presumibilmente…), si trova dinanzi a un avversario arduo: per riflettere sulla pedofilia, la ragione necessita di un “distacco” dall’emotività nei confronti del tema specifico. La ragione (e perciò la legge) deve essere “fredda”, soprattutto se vuole relazionarsi al problema col fine di arginarlo, se non addirittura “risolverlo”. Per questo, l’adagio tanto diffuso “ma vaglielo a dire ai genitori della vittima!” non ha alcun senso, poiché la forza della legge e della giustizia sta nella sua agghiacciante freddezza e distanza dall’esperienza concreta. Solo così essa può garantirsi un’efficacia effettiva, e soprattutto la possibilità di valutare condizioni, conseguenze, implicazioni e rischi.

Per prima cosa, la legge si trova a che fare col delicato problema della “definizione” cronologica dell’età pre-puberale: in occidente essa oscilla tra i 12 e i 15 anni (si può essere considerati pedofili in un paese e non in un altro per intenderci, lasciando alla vacuità e al particolarismo del giudizio personale un argomento di tale gravità). Su questo varsante argomentativo sarebbe importante riflettere come, in epoche passate, e non certo in società indigene bensì nella culla della civiltà occidentale, ovvero in Grecia, fosse uso comune per i cittadini più benestanti usufruire della compagnia (spesso erotica) di un giovinetto o un paggio. Se la pederestia era diffusa in altre civiltà, possiamo intuire come essa non rappresenti un abominio in assoluto, ma un abominio in relazione alle condizioni di volta in volta vigenti, in rapporto alle leggi (e al costume sociale) di volta in volta storicamente istituiti. I Greci non erano pedofili semplicemente perchè la pedofilia non esisteva.

Oggi però si è diffusa una modalità terribile: i peggiori casi di pedofilia, sono quelli che hanno il consenso delle povere vittime, perchè perfettamente assuefatte e traviate mentalmente dall’aguzzino. Vengono convinte dell’onestà e della naturalezza di ciò che gli viene fatto; perciò, altro punto, quando parliamo di pedofilia non possiamo ridurre il suo significato alla violenza o allo stupro, perchè sennò rimarrebbero fuori tutti i casi appena descritti.
Le vittime di pedofilia sono ovviamente ingenui, perchè ancora immaturi, ed è perciò ovvio che la prassi di “incantamento” dei criminali sia un ulteriore reato disgustoso. Se però pensiamo al capolavoro di Nabokov Lolita, le cose si complicano ulteriormente: e se la “ninfetta” ha già sviluppato una coscienza autonoma e una indipendente facoltà di giudizio morale, nonché una profonda consapevolezza della propria libido e sessualità?
Tutto ciò per indicare alcuni punti sulla delicatezza dell’argomento, spesso liquidato con superficialità e rozzezza come qualcosa dato per certo.

Parte seconda