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Lavoro e retribuzione: la "rivoluzione sacrosanta" di Brunetta

Non ritengo che le posizioni e le riforme dell’attuale Ministro per la Pubblica Amministrazione Renato Brunetta siano esclusivamente una serie di nefandezze e volgarità, anzi…per quanto i[...]



Non ritengo che le posizioni e le riforme dell’attuale Ministro per la Pubblica Amministrazione Renato Brunetta siano esclusivamente una serie di nefandezze e volgarità, anzi…per quanto i modi coloriti e le manifestazioni di un ego ostentato all’inverosimile rendino questo tipo quanto di più antipatico e odiabile possibile (cosa che accade quando pretende di potersi occupare di temi che esulano dal suo ruolo), le intenzioni delle riforme di Brunetta sono “sacrosante”. E qui bisognerebbe far emergere il primo paradosso: Brunetta racconta frequentemente del suo grande rammarico di non aver vinto il premio Nobel per l’economia; in realtà, il fondamento della sua “rivoluzionaria” gestione sta in un principio basilare e elementare: chi viene pagato deve lavorare, punto.

Questa formula molto semplice diviene qui in Italia qualcosa di assurdo, date le nostre tristi condizioni attuali: primo, noi italiani non abbiamo il senso del dovere dei tedeschi, e lo spirito di Stato dei paesi socialisti. Siamo fondamentalmente “paraculi”, e questo è senza dubbio il nostro humus culturale. Ma la stessa paraculaggine è una prospettiva della dimensione culturale che fa tutt’uno con lo spirito di sensibilità per il prossimo, di malleabilità, di capacità di problem solving. Tutto questo per dire che, se vogliamo una pubblica amministrazione come quella che vige in Germania, allora i dipendenti delle poste dovrebbero smetterla di venire incontro ai cittadini compilando al posto loro i moduli. Se il cittadino si presenta all’ufficio col modulo male compilato, come accade in Germania, il cittadino torna a casa e se la vede da sé, piuttosto che venire aiutato dagli impiegati che compiono mansioni che il loro contratto non prevede (così come non prevede che se ne stiano seduti in ufficio a non fare niente). Se volessimo essere coerenti, si dovrebbe rivoluzionare l’humus sociale e culturale del paese, cosa che non avviene attraverso le riforme (anche se indubbiamente può aiutare). Pensiamo a tutte le volte che i dipendenti pubblici e gli uffici hanno “chiuso un occhio” dinanzi alla burocrazia; in Germania (dato che la burocrazia funziona indubbiamente meglio), non c’è “qualcuno” che mette una firma al posto tuo, non c’è coinvolgimento emotivo dinanzi ai “clienti”. E’ la macchina amministrativa perfetta, ma con tutto ciò che questo comporta: tale modello non è assumibile in Italia, e assorbire da esso solo una data porzione (che guarda caso è quella che si accanisce contro i lavoratori) genera una serie di perplessità di non poco conto.

Alcuni dei paesi più sviluppati del Nord Europa non hanno d’altronde un analogo dell’articolo 18, questo bisogna ammetterlo; e da noi l’assenteismo e le garanzie degli impiegati sono molto superiori rispetto ai colleghi d”Europa: ma, ricordiamo, nessuno prende poco quanto i lavoratori italiani (ci hanno sorpassato anche la Grecia e la Slovenia, ora dietro c’è rimasta solo quella protesi della penisola iberica che è il Portogallo), e soprattutto, dato sempre il nostro humus, proviamo a immaginare un’Italia senza articolo 18 e senza il potere che hanno i sindacati. Si sarebbe tutti in balia della volontà di aziendalisti e imprenditori, che già oggi, coi giovani, dove possono cercano di non pagare o pagare il meno possibile.

La stessa “vaghezza” e pressapochismo all’italiana è responsabile della totale deriva del mercato del lavoro: le nuove generazioni sanno benissimo che in molti incentivano a “lavorare gratis”, promuovendo immaginarie assunzioni future, spacciando l’impiego per stage, tirocinio, laboratorio, apprendistato, e chi più ne ha più ne metta…si torna all’adagio “chi viene pagato deve lavorare” invertendo però i termini (e invertendo l’ordine il risultato non cambia): “chi lavora deve essere pagato!!!“. Anche questa, una formula tanto banale quanto continuamente violata in questa valle di lacrime che è l’Italia, che ha perduto i fondamentali relativi al mondo del lavoro.

Tutto questo si riflette nella pratica di “beatificazione” rivolta a un tipo tanto modesto e mediocre come Brunetta; rinnovo la domanda: perchè i tirocinanti all’università lavorano fino a 8 ore al giorno e devono addirittura pagare le tasse universitarie piuttosto che essere pagati per il lavoro che svolgono? perchè si continuano a promuovere incarichi “gratuiti” nelle varie facoltà? perchè si permette che esistino dottorati di ricerca gratuiti se non addirittura a pagamento? perchè i ricercatori vengono pagati esclusivamente con un rimborso spese imbarazzante? non sono anche loro “impiegati pubblici”, dai giovani infermieri agli assistenti all’università?
Non era vero forse vero che il rapporto tra lavoro e retribuzione era qualcosa di “sacrosanto”? Sempre tanta ipocrisia, e la capacità di chiudere gli occhi lì dove si preferisce…