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Traduzione: dalla vecchia concezione alla riflessione di Benjamin

Il tema della “traduzione” ha attraversato in lungo e in largo gran parte della storia della filosofia, trovando nel Novecento alcune delle sue teorizzazioni più celebri e importanti. Questo[...]



Il tema della “traduzione” ha attraversato in lungo e in largo gran parte della storia della filosofia, trovando nel Novecento alcune delle sue teorizzazioni più celebri e importanti. Questo perchè la “traduzione” coinvolge la filosofia su due differenti piani: primo, è una questione pratica relativa alla sua stessa possibilità di esistenza (i testi classici per essere diffusi e compresi, “devono” essere tradotti, specie se scritti in “lingue morte”); secondo, il tema della traduzione è contemporaneamente un tema intrinseco alla filosofia stessa, un argomento o questione su cui la filosofia deve soffermarsi a pensare.

Una vecchia concezione ritiene ogni atto di traduzione uno snaturamento del testo originale: da qui l’anathema verso coloro che si limitano a leggere i classici della letteratura e della filosofia attraverso le edizioni nazionali. Secondo questa convinzione, ancora particolarmente diffusa, solo il testo originale è depositario della verità relativa a se stesso; ogni traduzione non è che un allontanamento da tale verità, uno scendere a patti che però compromette un rapporto autentico con il testo.

Walter Benjamin, in un saggio dal titolo Sulla traduzione, sfida però questa tesi, rivendicando la funzione essenziale e potremmo dire ontologica della traduzione stessa: per Benjamin, è proprio nella traduzione l’essenza stessa del linguaggio, perchè è nella traduzione che si rivela la finalità ultima del testo. D’altronde, anche il testo originale è da subito una traduzione rispetto alla “lingua pura” che coincide con la “parola creatrice” di Dio, la “parola messianica” che crea il mondo nel momento in cui lo nomina. Così è anche per Derrida, per il quale traduzione è un sinonimo di decostruzione: ogni linguaggio e ogni gesto sono da subito traduzioni.

Ogni traduzione concede un ulteriore “giro” attorno alla purezza della lingua divina; d’altronde noi, in quanto uomini, dobbiamo affidarci a un linguaggio sempre precario e sempre ri-traducibile. Ed è proprio in tale traducibilità che si conserva il nucleo di verità dell parola umana: la traduzione infatti assorbe il testo in una dimensione di volta in volta mutevole, perchè socialmente e storicamente determinata. Se questo, per la vecchia concezione, è un ulteriore constatazione dei limiti e della disfatta dell’atto del tradurre, per Benjamin è palesemente la dimostrazione del suo valore, perchè palesa e fonda la verità nella sua dimensione umana, e perciò nella sua mutevolezza e contingenza.