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Tre per zero uguale a tre. Da Dylan Dog al rapporto tra matematica e realtà

In un celebre e bellissimo numero di Dylan Dog dal titolo “Tre per zero “, uno scienziato pazzo, dopo estenuanti anni di lavori e ricerche, riesce a trovare finalmente la dimostrazione che tre[...]



In un celebre e bellissimo numero di Dylan Dog dal titolo “Tre per zero “, uno scienziato pazzo, dopo estenuanti anni di lavori e ricerche, riesce a trovare finalmente la dimostrazione che tre per zero non faccia zero, bensì tre! “se ho tre mele e le molitplico per zero, significa che non le moltiplico, ma le mele non spariscono“: così fondava le sue ipotesi il protagonista di questo fumetto; è indubbio che la questione sia particolarmente suggestiva, e che coinvoga direttamente tanto la logica quanto la filosofia della matematica.

L’espediente narrativo del fumetto non vuole assolutamente assurgere a valenza scientifica effettiva; basterebbe un neolaureato in matematica a smontare tale assunto (in fondo, sarebbe sufficiente la proprietà commutativa). Ma la questione ci offre l’opportunità di fare alcune riflessioni sul rapporto tra matematica e realtà.
Nel fumetto la convinzione è che la matematica sia la struttura del reale, e non un codice applicato in un secondo momento al mondo; tanto che, una volta scoperto il teorema che sconvolge la matematica dalle fondamenta, nel fumetto lo scienziato si trova dinanzi all’apertura di una porta dimensionale. Non solo: le leggi fisiche vengono stravolte, le cose in pendenza, piuttosto che rotolare verso il basso, vanno verso l’alto, la gente accoltellata non muore e cambia il linguaggio delle persone. Insomma, la struttura originaria dell’essere è stata trasformata, e tutto il mondo è destinato a mutare in maniera inaspettata.

Questa posizione ci richiama la posizione hegeliana sull’identità di razionalità e realtà; la matematica, in quanto manifestazione della razionalità, non “scopre” il reale ma lo determina; in maniera metariflessiva, lo scienziato scopre un teorema, ma nel momento in cui lo convalida attraverso la dimostrazione è il mondo a trasformarsi attorno a lui. Perciò il mondo pro-viene dai suoi calcoli, lui non “scopre”, ma crea il mondo. Questo sembra riflettere molte tendenze epistemologiche del Novecento, secondo le quali le teorie scientifiche, compresa la matematica, non sono soluzioni più o meno fallimentari di comprendere e scoprire la verità, proprio perchè non c’è nessuna verità da scoprire. La verità si re-inventa sempre e comunque, all’interno dell’orizzonte dell’essere di volta in volta determinati socialmente e culturalmente. I vari “paradigmi” si susseguono nella storia del pensiero secondo criteri dettati da differenti ragioni, ma la scienza stessa non si “evolve” verso la perfezione, bensì riconfigura di volta in volta l’orizzonte all’interno del quale si stabilisce e continuerà a stabilirsi l’interrogazione sul mondo.

La vecchia concezione della matematica ritiene essa un codice di comprensione del reale, qualcosa di esterno che non incide profondamente la struttura dell’essere; una specie di linguaggio che deve avere a che fare con un materiale bell’e pronto, che attende lì di essere colto e spiegato. In maniera paradossale e senza dubbio parossistica (e per ovvie ragioni “fumettistica”) la storia di Dylan Dog alla quale facciamo riferimento rivela come la matematica non resti esterna al mondo, ma si confonda con esso determinandone lo statuto e il profilo ontologico, non essendo quest’ultimo (dall’avvento della modernità) nulla di assoluto e definito una volta per tutte; dell’immutabilità metafisica della verità erano convinti i pensatori classici e medievali, fino all’umanesimo rinascimentale, che vedevano nella matematica “l’ordine dell’universo”, la sua cifra segreta, il disegno perfetto di Dio e perciò immutabile e eterno. Invece, se il disegno si scopre come contingente e precario, dettato dalle dinamiche storiche e dalle modalità di comprensione e dalle categorie sempre in divenire, ogni scoperta scientifica non delegittima quella precedente, non è “più vera” dell’altra, ma, in maniera ancora più radicale, sconvolge l’orizzonte degli eventi, ristabilisce le convinzioni e convenzioni sul mondo trasformandolo, perchè se il “mondo” come assolutizzazione oggettiva è scomparso, ne è rimasto ciò che noi pensiamo e teorizziamo di esso.