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Destino e assenza di gioco in Affari tuoi

Affari tuoi è una trasmissione ormai pienamente consolidata nel palinsesto di Rai1; ha attraversato differenti conduttori, ed ha fatto registrare sempre ascolti di grande livello. La trasmissione prese[...]



Affari tuoi è una trasmissione ormai pienamente consolidata nel palinsesto di Rai1; ha attraversato differenti conduttori, ed ha fatto registrare sempre ascolti di grande livello. La trasmissione prese il posto de Il fatto di Enzo Biagi, e già questo è indicativo per comprendere cosa possa significare in sé il “gioco dei pacchi”. A un livello elementare, è evidente che alla riflessione di un grande intellettuale, si è preferito un gioco a premi caratterizzato da una semplicità e immediatezza incredibili. Per quella fascia oraria, neanche il quiz sembra adeguato: il dopo-cena viene goduto nella visione di un gioco totalmente affidato alla fortuna e al destino. La prassi mentale e intellettiva viene tenuta a riposo per una fase di pieno relax, non essendo disposti al ragionamento (a differenza delle ore del tardo pomeriggio, con L’eredità e Chi vuol essere milionario?); la digestione presuppone una predisposizione fisiologica all’esclusione anche della più elementare elaborazione cognitiva.

In tutto questo, Affari tuoi è perfetto, perchè è costruito come un grande “circo” attorno al più infantile dei giochi, ovvero quello affidato alla sorte (stessa logica di “dove sta, qui o qua?“); il gioco è fin dall’inizio deciso, senza che gli stessi concorrenti siano chiamati in causa in maniera attiva (agonistica, sportiva o intellettuale). Per questo il carisma e le capacità del conduttore sono essenziali, perchè non c’è un vero e autentico “gioco”.

Affari tuoi rivela visibilmente il “nulla” di cui la televisione è fatta: infatti, la trasmissione potrebbe durare venti secondi, ovvero facendo scegliere due pacchi, aprirne uno, e decidere se accettare la proposta, tenersi il pacco proprio o scegliere l’altro. Aprirne uno ad uno carica di suspence il pubblico, ma non perchè qualcosa si stia effettivamente determinando, poiché il calcolo probabilistico, nonché addirittura le sorti della partita, sono già lì, pronti fin dall’inizio, vincolati dal destino che ha deciso di avere un certo pacco piuttosto di un altro. Se c’è destino non può esserci gioco, bensì un’orchestrazione che ricopre il niente di 40/45 minuti affidandole un fascino e una prospettiva fittizi, intessuti di storie di vita vissuta, accadimenti romanzati, lontani dal gioco propriamente detto.

Questo è quanto: la trasmissione ruota attorno a sé stessa, condendo un banale “gioco delle tre carte”. Ciò a cui si assiste non è una sfida, tantomeno un gioco che presupporrebbe sembra una competizione, ma una sceneggiata adatta al rilassamento del cervello.