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Gelato: cono o coppetta?

Il tema è drasticamente fuori stagione, ma sono stato stimolato da un’appassionata lettrice [link all’invito in questione] ad occuparmi di questa imprescindibile questione esistenziale. Il[...]



Il tema è drasticamente fuori stagione, ma sono stato stimolato da un’appassionata lettrice [link all’invito in questione] ad occuparmi di questa imprescindibile questione esistenziale.

Il cono gelato, si sa, è la scelta più diffusa e maggiormente adottata; si tratta di un’abitudine culturale che si è radicata nel nostro immaginario fin da bambini; l’archetipo, l’idea trascendentale di gelato è quella del cono d’altronde. Pensando al gelato e al concetto di gelato, secondo una correttezza epistemologica dovremmo pensare esclusivamente alle “creme”, al gelato isolato da qualsiasi contenitore. Data la consistenza semi-fluida del gelato, però, ci è pressappoco impossibile pensarlo escludendolo dal “dove” esso sia contenuto, e nel 99% dei casi quando pensiamo al gelato pensiamo al “cono gelato” (stesso discorso potrebbe valere per il concetto di “acqua” ad esempio: penseremmo a una bottiglia, o al mare che però è già un concetto diverso…).

Il cono impiega una sola mano: ciò sta a significare che l’altro arto resta pur sempre libero di “gesticolare” offrendosi perciò come mezzo di comunicazione, oppure libero di essere coinvolto per altre semplici azioni dettate da esigenze istantanee. Questa “libertà di un arto” è però pagata con una evidente “scomodità” nell’assimilazione dell’alimento: il gelato inizia a gocciolare, macchiandoci la mano, o rischia ripetutamente di cadere al suolo, con nostro sommo dispiacere.

La coppetta, invece, è più “egoistica”, perchè paga la comodità dell’assimilazione (”contenitore più cucchiaino”, che ripropone lo schema classico del pasto occidentale “piatto più posata”) con un impegno motorio più accentuato. Gli arti sono entrambi impegnati nell’azione, e ciò implica che io mi occupi con attenzione quasi esclusiva al mangiare. E’ ovvio che in caso squilli il cellulare, posso lasciare il cucchiaino nella coppetta e adempiere all’esigenza immediata; però non posso contemporaneamente ascoltare il mio interlocutore e gustare il gelato, e questo comporta il fatto che per passare a un’altra azione io debba sospendere momentanemaente la mia assimilazione.

Non è cosa da poco considerare come il “cono” oltratutto finisca per essere mangiato: il contenitore fa parte del “pasto”, non lascia nulla dietro di sè. La coppetta, invece, è un involucro che deve essere gettato via facendosi “rifiuto”. Per questo il cono è senza dubbio anche più “ecologico” (pur se gettato a terra, il suo materiale è propriamente organico e si smaltisce nel giro di poche ore); insomma, la comodità della coppetta comporta una serie di compromessi, primo fra tutti il superamento dello schema di “gelato” proprio della nostra mente, poi l’occupazione di entrambi gli arti, e per concludere la consistenza fisica del rifiuto.