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Urbanizzazione e Mafia: riflessioni sul ruolo degli ambienti

Sotto la nomenclatura di Mafia di solito vengono considerate una moltitudine di fenomeni spesso molto distanti tra loro, per molti versi anche antitetici. Molte parole si sono spese relativamente agli[...]



Sotto la nomenclatura di Mafia di solito vengono considerate una moltitudine di fenomeni spesso molto distanti tra loro, per molti versi anche antitetici. Molte parole si sono spese relativamente agli aspetti e alle considerazioni di ordine sociologico e politico, e si tratta di un campo vastissimo e di incredibile complessità. Basti pensare alle molteplici sfaccettature che l’associazionismo mafioso ha avuto nel nostro paese, culla di tale fenomeno, e le modalità attraverso le quali è stata adottata nei vari luoghi del mondo.

Qui mi interessava mettere l’accento su una considerazione relativa alla struttura gestionale e “istituzionale” delle “mafie” più celebri del mondo, nonché quelle più potenti all’interno dei confini del nostro paese; queste considerazioni sono di ordine “urbanistico”, ma per far comprendere al lettore la tesi da me sostenuta farò riferimento a quei film che in maniera efficace sono riusciti a dare immagine a quanto andrò a spiegare. D’altronde il legame tra cinema e mafia è profondamente consolidato, nonché motivato da un fondamento teorico relativo alla funzione delle strategie di fascinazione, delle quali il cinema è maestro e produttore assoluto da un secolo. La mafia non sarebbe la stessa senza il cinema che l’ha raccontata, e comunque non avrebbe lo stesso profilo e significato.

Ciò pone subito un problema morale: la preoccupante diffusione soprattutto tra le nuove generazioni della mitizzazione dei protagonisti mafiosi e della loro storia, ne incentiva la legittimazione, perchè li carica di valori assoluti e condivisibili, come il culto del successo, la volontà di riscatto, il mutuo soccorso, l’affermazione superomistica del singolo o del gruppo sul mondo circostante. Per molti giovani la Mafia è Tony Montana di Scarface, o Corleone de Il Padrino.

Ora, parlavo di urbanistica; questo perchè i luoghi sono sempre indicativi e pregni di significato relativamente ai fenomeni che si sviluppano al loro interno (altra questione: alcune manifestazioni mafiose sorgono a partire da un ambiente urbanistico appropriato, o tale assetto architettonico è sorto a posteriori come riflesso concreto e materiale delle dinamiche criminali sotterranee? Viene prima la mafia o l’ambiente nel quale essa si radica?)

Come è evidente nelle indimenticabili e poetiche scene de Il padrino ambientate nel lontano paese siciliano di Corleone (che da il nome al boss interpretato da Marlon Brando), Cosa Nostra si è impadronita di un territorio che si estende all’orizzonte, naturale, costituito di costruzioni basse. Questo orizzonte è dispersivo, perchè caratterizzato da vastissimi territori rurali, tutti visibili all’occhio umano. Questo ambiente è “orizzontale”, piano; e a tale ambiente si contrappone dialetticamente un’istituzione di potere costituita sulla piramide gerarchica, perciò “verticale”. L’eccesso di spazialità ha richiesto, per un controllo più radicale, una controparte opposta che gli fosse complementare.

A Napoli, la Camorra si è diffusa in una dimensione urbana completamente diversa: quartieri popolari claustrofobici, costruzioni residenziali e industriali disordinate e ammassate l’una contro l’altra. La visione è completamente esclusa, tutto accade dietro ai muri… gli eventi si svolgono tra i piani delle case, nei residence abitativi, e in questo senso le vele di Scampia, colte in maniera esemplare da Garrone nel film Gomorra, ci comunicano proprio questo. Alla “verticalità” urbana, si contrappone il caos e la dispersione “orizzontale” della Camorra, che progredisce e si sviluppa alimentando parallelamente guerre fratricide tra gli stessi componenti dei vari clan, autogestiti e autonomi. La molteplicità di “piani” che coinvolgono tutte le dimensioni spaziali, hanno impedito alla Camorra di organizzarsi in maniera piramidale e rigorosa.

Tra le due “soluzioni”, c’è la ‘Ndrangheta calabrese, una sorta di zona franca tra i due approcci: gli ambienti sono quelli tipici anche della Sicilia, perciò ambienti naturali molto estesi, aperti alla visione e alla percezione, ma la ‘Ndrangheta ha fatto leva sulla costituzione delle “cosche”, microorganismi autonomi che si equilibrano vicendevolmente, e che controllano circoscritte fette del territorio con l’obbligo di non invadere la zona altrui. La ‘Ndrangheta, in questo modo, ha permesso la proliferazione di differenti deturpazioni ambientali attraverso la costruzione di innumerevoli centri commericiali, che ripropongono il tipico schema urbanistico postmoderno dell’invisibilità e dell’anonimato.

Di certo, il discorso qui affrontato coinvolgerebbe un ambito molto più “pratico” che filosofico relativo ai danni che la Mafia ha fatto all’intera penisola in termini di patrimonio naturale e paesaggistico, ma sono convinto che alcune delle cose qui accennate siano direttamente connesse alle annose e drammatiche problematiche relative alle assegnazioni degli appalti, e perciò agli armadi gonfi di scheletri ancora viventi che invadono le amministrazioni pubbliche specialmente al sud.