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Il kamikaze della porta accanto

Il fallito attentato di Natale, sul volo Amsterdam-Detroit, mette in evidenza una questione molto inquietante, già emersa nel corso degli ultimi anni sempre in occasione di alcuni attentati terroristici,[...]



Il fallito attentato di Natale, sul volo Amsterdam-Detroit, mette in evidenza una questione molto inquietante, già emersa nel corso degli ultimi anni sempre in occasione di alcuni attentati terroristici, riusciti o meno, qui in occidente. Mi riferisco al problema relativo al coinvolgimento di giovani e ragazzi che, seppur di fede musulmana, sono cresciuti, hanno studiato e sembrano essersi integrati perfettamente all’interno delle società europee o americana. E’ un elemento che impone un ripensamento a livello istituzionale, ma soprattutto attente valutazioni relativamente al problema dell’integrazione, del nostro rapporto con l’altro, e su come viene vissuta la fede da parte di questi potenziali assassini.

Iniziamo col dire che il pugno di ferro di Obama è legittimo, soprattutto le sue severe critiche all’intelligence: infatti, i servizi segreti sono l’unica maniera “intelligente” di frenare il pericolo di attentati, perchè in grado di prevenire le forniture di materiale esplosivo e bellico da quei paesi ancora legati ad Al Qaeda. Ma la questione che a noi interessa è perchè molti di tali kamikaze non provengano direttamente dalle zone calde, mentre sempre più spesso sono nostri vicini di casa, gente appartenente alla classe benestante e borghese. L’occidente ha sempre alimentato una forte sfiducia nei confronti del multiculturalismo: pur avendo voluto la globalizzazione per ovvie ragioni finanziarie, poi i paesi benestanti hanno storto la bocca dinanzi ai flussi mgiratori di persone disperate, o anche più semplicemente desiderose di aver un tenore di vita migliore a quello che avevano nel loro paese natale. L’occidente ha così inquadrato lo straniero come “nemico”; così facendo, oltre a trovare un ottimo alibi per giustificare un fallimento (sociale, culturale, economico) interno alla propria civiltà, ha avuto il modo di compattare un fronte contro un nemico comune.

Già Schmitt parlava della dialletica (per lui necessaria e perenne) tra hostilis e amicitia: affinchè ci sia ordine civile fondato su valori condivisi e su reciproca solidarietà, è necessario che venga inquadrato un elemento ostile esterno al gruppo, senza il quale nessun riconoscimento e perciò gruppo sociale sarebbe possibile. Il problema è che, qualora tale “nemico” non venga rintracciato al di fuori della comunità, essendo l’ostilità una sorta di necessità antropologica (a meno che non si voglia credere ancora alle favolette del “paradiso in terra”), il pericolo è quello di rintricciarlo all’interno stesso del gruppo, così causandone l’implosione e la nullificazione dei fondamenti.

Proprio in questo ordine di problemi si pone la questione: l’Occidente dovrebbe riflettere su questi emigrati di seconda e terza generazione, proprio perchè, anche se non direttamente maltrattati o schiavizzati, loro stessi non si sono sentiti coinvolti nella comunità nella quale sono nati e cresciuti. Questo sentimento di estraniazione è condiviso con la maggior parte della loro generazione, a causa delle modalità di comportamento e degli stili di vita contemporanei nelle zone del cosiddetto “mondo ricco”; ma loro, avendo radici lontane, trovano nel recupero della loro provenienza la possibilità di ristabilire un qualche valore alla loro vita. Per questo diventano spesso anche più “fanatici” e esaltati dei loro lontani parenti, perchè hanno vissuto direttamente la sofferenza dell’esclusione (spesso ancor più dolorosa perchè ipocrita, coperta da una recitata volontà di condivisione e di fratellanza). Un’esclusione vissuta sul suolo nel quale vivono, come se si sentissero circondati da qualcosa che non appartiene loro. Ripeto, non si tratta di ingiustizie subite, sarebbe troppo facile: si tratta di recuperare una spiritualità e perciò un senso alla propria vita. Il trentenne americano del Texas diviene alcolizzato, il milanese figlio di dirigenti va a impasticcarsi in discoteca, il laureato in ingegneria figlio di nigeriani decide di sottomettersi alla Sharia, di affidarsi ciecamente a una guida religiosa, arrivando a caricarsi di tritolo per cercare di fare quanti più morti possibile. In fondo, il punto è che siamo tutti degli integrati, ma di una integrazione che non ci soddisfa.

Bisogna superare la vecchia convinzione che chi si fa saltare in aria è spinto dall’esperienza diretta di ingiustizie e malesseri, quasi fosse guidato dalla voglia di vendetta e dalla fame. Ovviamente ce ne sono ancora molti di questi casi, ma erano la maggioranza solo fino a una decina di anni fa. Oggi gli equilibri e le dinamiche sono diversi. Spesso, chi ha fame ha troppo a cui pensare per perdere tempo con i testi sacri e la frequentazione dei luoghi di culto. E ne ha ancora meno per stare a pensare a come farsi saltare in aria! Ciò che accade oggi è che un benessere garantito permette lo spazio (temporale e psicologico) per ricercare quel qualcosa che manca nella propria vita “altrove”, e persone deboli di ragione, facilmente influenzabili, trovano nell’integralismo una via nobile e affascinante, soprattutto quando questo integralismo contiene in sé un “ritorno” a una patria lontana abbandonata dai propri padri decine di anni prima.

L’attuale sistema sociale e culturale ha covato nel proprio grembo il suo nemico. L’hostilis di Schmitt, perciò, è si una necessità antropologica, ma non tanto nell’atto della sua instaurazione, ma nel suo sorgere spontaneamente tra noi; il nemico ci è sempre più vicino, e “farsi nemico” di chi ci è vicino diventa spesso un modo per reclamare un proprio ruolo. Ciò su cui bisogna ragionare, è l’incapacità da parte del nostro mondo e della nostra società, di creare (attraverso gli spazi, le amministrazioni, le politiche, l’educazione, la cultura…) dei reali ambienti di condivisione, ovvero la capacità di instaurare un rapporto di reciprocità e continuità tra me e l’orizzonte che io vivo e abito. La sfida è far rientrare in tale orizzonte una molteplicità sempre maggiore di “diversità”, di “eterogeneità”, non sintetizzabili ad un’indentità unica. Il rischio è che il diverso esploda all’interno di tale unità urlando tutto il suo odio irrazionale, trasmessogli da un mondo che da tale odio trova alimento e sostanza per i suoi commerci. E a questo odio celato risponde l’odio urlato e farneticante di un manipolo criminale di schiavi di qualche dio!