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Il terremoto di Haiti: il trionfo cieco della natura sull'uomo

Il cataclisma di Haiti non può non costringerci a riflettere su molte questioni che ci toccano direttamente; d’altronde, abbiamo già parlato della riflessione di Voltaire relativa al Terremoto di[...]



Il cataclisma di Haiti non può non costringerci a riflettere su molte questioni che ci toccano direttamente; d’altronde, abbiamo già parlato della riflessione di Voltaire relativa al Terremoto di Lisbona, che il filosofo francese assunse come dimostrazione dell’inattuabilità della teoria leibniziana del “migliore dei mondi possibili”. Ne abbiamo parlato in occasione di una tragedia che colpì lo scorso anno il nostro paese, ovvero il terremoto in Abruzzo.
Potremmo citare Günther Anders, relativamente all’impossibilità delle nostre facoltà emotive di piangere un numero esagerato di morti (che d’altronde, invece, la nostra tecnica è in grado di provocare in ogni momnto). Ne avevamo parlato, forse in maniera inappropriata, a proposito del jackpot impressionante del Superenalotto.

Allora cosa potremmo dire o pensare dinanzi alle immagini drammatiche di Haiti? Ci tornano in mente le immagini dello Tsunami del 2004, evento passato quasi sottogamba dai più; ad aggravare le condizioni di Haiti, però, è un’instabilità sociale e politica che si è ovviamente amplificata dinanzi allo scenario apocalittico che la televisione ci mostra giorno dopo giorno. Come se, una volta che la natura ha cancellato tutto radendo al suolo ogni testimonianza del progresso umano, ciò che resta sia la natura stessa a confronto con sé stessa: al di qua della civilizzazione e della “cultura”, la natura torna a imperare, generando i conflitti interni di cui essa stessa si nutre.

Una volta scomparsa l’autorità, le legge, le istituzioni, ciò che vige è il principio di autoconservazione, che non conosce morale o ordini di alcun tipo. La volontà innata di sopravvivere spinge gli uni contro gli altri, per questo si tratta di conflitti interni alla natura stessa, che fanno l’uomo identico agli altri animali. Questi conflitti non possono essere compresi moralisticamente, e anche parlare di violenza significa iinquadrarli in una dimensione di civilizzazione che gli è in realtà estranea: saltano gli schemi, saltano i calcoli, ciò che resta è l’istinto.
Per questo è necessario restituire un ordine istituzionale sul territorio, anche se ciò è molto complicato; d’altronde, significherebbe rispondere dignitosamente a quella natura “maligna” che ha inflitto questo colpo micidiale. Quello che sta accadendo è invece il trionfo della natura sull’uomo: prima privandolo di tutto e dimostrando a lui la sua nullità, e poi invadendo il campo sostituendosi a qualsiasi possibilità di restaurazione civile e regolarizzata.
Soprattutto perchè la gente ha fame, sta male, soffre, e la sofferenza è quanto di più originario possa esistere nell’uomo, proiettandolo in una dimensione naturale lontana dal suo essere “uomo politico”: i morsi della fame sono il primo veicolo che regolarizza i nostri comportamenti.

Bisogna però anche segnalare come un principio altrettanto connaturato all’uomo, perciò appartenente a pari diritto alla sua natura, sia la “pietà”, l’empatia, il soffrire per le sofferenze altrui; è anche per questo che si è messo in moto un gigantesco impegno internazionale (fatto di enti istituzionali e politici, comuni cittadini, associazioni…) per aiutare quelle popolazioni. Dialetticamente, poiché l’uomo è contemporaneamente capace di ogni sgradevole bassezza, l’altro “istinto” naturale dell’egoismo e dell’avidità ha fatto si che sorgessero anche organizzazioni e annunci fasulli volti a ingannare i cittadini e le loro buone intenzioni.

Per concludere, a mio avviso la tragedia di Haiti è lì per ricordarci la nostra fragilità, i nostri limiti, la precarietà della nostra esistenza in balia del caso e della natura. La storia del 2012 sarà un’enorme sciocchezza, e ne sono convinto anche io, e lungi da me sostenere che il terremoto di Haiti possa essere interpretato come una specie di avvisaglia della fine del mondo; ma sarei disposto a dire: perchè non dovrebbe accadere?
Se non il 2012, un altro anno, forse anche prima…Haiti ci ricorda che sulla natura non abbiamo alcun controllo, che la nostra esistenza è segnata dalla contingenza, che tutta la storia millenaria dell’uomo è provvisoria e insensata dinanzi alle azioni della natura, che non hanno finalità, non hanno spiegazione o giustificazione. Infatti, ho sbagliato anche io parlando di “natura maligna” (e in fondo sbagliava anche il Leopardi): la natura non può essere cattiva, violenta, buona, prosperosa, amica, micidiale…essa “è”, si limita ad essere, quasi fosse cieca (o guidata da dinamiche che, in quanto ai nostri occhi sempre ignote, sono imperscrutabili) e nel suo essere si dimostra spesso opposta alle volontà degli uomini ed alla loro permanenza sul pianeta.