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Rosarno, la rivolta dell' Homo sacer e del suo sacro NO (parte prima)

Molti non aspettavano altro che la rivolta e i disordini di Rosarno per gridare il proprio sdegno, per rivendicare di aver avuto sempre ragione quando si sosteneva che gli extracomuniari erano un problema[...]



Molti non aspettavano altro che la rivolta e i disordini di Rosarno per gridare il proprio sdegno, per rivendicare di aver avuto sempre ragione quando si sosteneva che gli extracomuniari erano un problema da risolvere, un male per la nostra società, che erano pericolosi e nemici della nostra vita civile. Come sempre, il compito è quello di dimenarsi nell’ipocrisia diffusa per trarne qualche elemento di valutazione serio sull’accaduto.

Rosarno è una vergogna non solo per l’Italia, ma per tutta la civiltà occidentale libera; è una ferita all’interno del presunto progresso sociale e politico dell’età moderna. La rivolta degli extracomunitari non è che una delle tante manifestazioni e degenerazioni che la situazione attuale di tale comune comporta: Rosarno è infatti un comune senza amministrazione né sindaco, posto sotto commissariamento del prefetto. E’ uno di quei paesi in toto gestiti, amministrati dalla ‘Ndrangheta; dove la mafia riesce a insidiarsi così a fondo nelle maglie della società civile, è ovvio che ci sia un consenso (anche se tacito) della popolazione per una condizione del genere. Quando un’intera comunità finisce nelle mani della gestione della criminalità, c’è per lo meno un disinteresse nei confronti dell’illegalità: o l’ammissione di una sconfitta, o una cosciente volontà di ripudiare lo Stato e le sue norme per un’autogestione del territorio. In questa autogestione è previsto il lavoro nero, l’abusivismo edilizio, il contrabbando, lo sfruttamento, lo schiavismo…

Se gli schiavi si ribellano (e questo accade da circa 4000 anni) la rivolta è legittima, e tale legittimazione le proviene dalla Storia, ma ancor di più dalla Natura (dalla volontà di sopravvivere, dalla rivendicazione del diritto alla vita e alla salute…). Il proprietario di una delle macchine bruciate magari non ha nulla a che fare con lo sfruttamento del lavoro, ma probabilmente ha aperto un’attività commerciale grazie alla licenza che un assessore mafioso gli ha concesso in cambio di qualche favore o voto. Oppure, un altro tizio che ora indignato chiede aiuto allo Stato e inizia la sua crociata contro “il negro”, ha la figlia che lavora alle poste sempre per la stessa ragione, oppure ha costruito il suo villino ottenendo le concessioni sempre secondo il suddetto meccanismo. Primo problema: con che diritto chiedere l’intervento dello Stato, quando la comunità ha sempre preferito l’autogestione e l’aggiramento delle leggi?

La rivolta di Rosarno è perciò una rivolta contro un “sistema”, un sistema che, quando non direttamente appoggiato e voluto, comunque ammesso, alla quale si è aderito senza meravigliarsi e senza intuirne le storture e le anomalie. Dicevamo, la Storia è fatta di rivolte; la rivolta nella maggior parte delle sue manifestazioni assume connotati violenti. Albert Camus ne faceva addirittura la condizione ontologica dell’uomo, la sua cifra esistenziale perchè offre al soggetto l’orizzonte del possibile e dell’autocoscienza delle proprie condizioni di sfruttamento. “Mi rivolto, dunque sono” diceva lo scrittore francese ne L’uomo in rivolta, dove rifiutava la possibilità che tale rivolta venisse assorbita dall’ideologismo politico. Camus credeva nella spontaneità dell’atto di rivolta, nella sua emersione “psicologica” e imprenscindibilmente legata al vissuto. L’anticomunismo di Camus si riflette anche in questo: la rivolta nasce nel NO affermato dal singolo e dal gruppo, e questo NO purtroppo viene spesso adottato e sfruttato da nuove istituzioni di potere, snaturandolo, rendendolo nuovamente uno status quo al quale aderire. Il NO invece è sempre oppositivo, fondandosi nel profondo del proprio sentimento di giustizia rivendicata.

Parte seconda