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Il canone RAI e la "prassi del convincimento"

Il canone RAI è una tassa che i cittadini italiani, qualora in possesso di un’apparecchiatura televisiva, sono obbligati a pagare annualmente; il canone della televisione pubblica italiana incarna[...]



Il canone RAI è una tassa che i cittadini italiani, qualora in possesso di un’apparecchiatura televisiva, sono obbligati a pagare annualmente; il canone della televisione pubblica italiana incarna in sé alcuni paradossi indicativi della società e della comunità civile italiana. In questa occasione vorrei concentrarmi sulla formula di “pubblicizzazione” che la RAI adotta da diversi anni per “invitare” i cittadini a pagare l’abbonamento, compresi ovviamente gli spot promozionali che fino a qualche giorno fa sono circolati sulle nostre televisioni, nonché i ripetuti appelli da parte dei conduttori televisivi nel corso delle varie trasmissioni.

Il paradosso e corto circuito concettuale non è tanto nell’esistenza in sé di un canone: molti paesi europei sovvenzionano la televisione pubblica contemporaneamente con gli introiti delle aziende inserzioniste (perciò con la pubblicità) e con la quota annuale delle persone. Anzi, bisogna ammettere che (al di là di una questione seria relativa alla qualità del servizio pubblico) il nostro canone è il più basso d’Europa, per lo meno di quella parte dell’Europa (parte maggioritaria) che fa pagare il canone.

Ciò che è a mio avviso sconcertante è la campagna “promozionale” e pubblicitaria attivatasi per far pagare la tassa. Infatti, è semplice comprendere la mia posizione pensando al fatto che gli spot promuovono il pagamento di una tassa costituzionalmente riconosciuta: la logica di uno spot è quella di convincere un potenziale acquirente della qualità del prodotto, e soprattutto la pubblicità può avere un senso solo all’interno di un libero mercato.
Nel libero mercato, infatti, nella molteplicità di offerte, devo decidere quella che risulta ai miei occhi più conveniente. Fare la pubblicità di un’azienda monopolistica, è di per sè un controsenso, perchè io sono comunque costretto a una determinata scelta.

Ma la cosa è ancora più strana se la pubblicità non implica la possibilità di “non scegliere” il prodotto o il servizio offerto: infatti la pubblicità “ha senso” solo nella possibilità che essa possa fallire, ovvero non riesca a convincere lo spettatore alla spesa o all’acquisto. Le formule di pubblicizzazione del pagamento del canone RAI non sono comunicazioni di servizio socialmente utili, ovvero non si limitano a ricordare i termini di pagamento e le modalità per adempiere al proprio dovere civico (come accade con gli spot illustrativi alla vigilia delle elezioni politiche o dei referendum), bensì hanno tutta la forma e la configurazione di autentici spot.

Sono di due tipi gli spot circolati nei tre canali di Stato. Nel primo, vi è una musica latino-americana tipo mambo o qualcosa del genere, accompagnata dalle parole in italiano cantate dai protagonisti: persone comuni, componenti della famiglia, giovani, bambini, anziani, che coi loro versi cercano di “convincere” lo spettatore che l’offerta RAI è molto vantaggiosa (soprattutto dall’avvento del digitale che ha moltiplicato i canali a disposizione).
L’altro spot vede invece protagonisti alcuni dei volti più noti della TV pubblica (Simona Ventura, Pippo Baudo, Giovanni Floris) irrompere nelle case di comuni cittadini sempre per la stessa “prassi del convincimento” (”il più basso di Europa“, “più canali grazie al digitale“…), attraverso un modo di fare gentile e simpatico al contempo, per trasmettere l’idea che la RAI e i suoi protagonisti appartengono alla nostra vita quotidiana come i nostri vicini di casa (cosa che per certi versi è anche vera). La simpatia e il buon umore che sgorga da queste immagini sono tipiche della logica delle inserzioni pubblicitarie; il punto è che qui non siamo dinanzi a una pubblicità, perchè non c’è nulla da promuovere. La tassa va pagata, basterebbe un semplcie cartello che ci ricorda le scadenza; perchè allora “ammantare” il tutto con questo tipo di immagini?

Una possibilità risposta sarebbe la seguente: pur essendo una tassa al pari delle altre, il canone spesso e volentieri viene “evaso”, ovvero non viene pagato, perchè ogni cittadino sa che difficilmente potrà incorrere a questioni penali di rilievo. Tanto che, non è nemmeno prevista la sospenione delle trasmissioni nell’abitazione in questione (come invece succede col telefono o con la corrente elettrica)! Secondo questa prospettiva, il canone dimostra tutta la fallibilità della legalità italiana: il cittadino italiano deve essere convinto a pagare le tasse, altrimenti non le paga! Non è nel suo DNA il concetto di tasse, ovvero l’investimento di denaro volto al bene comune (e si può anche capirlo, l’italiano, che continua a pagare la tasse di un paese sovietico, avendo però in cambio i servizi e il tenore di vita di un paese africano!!!). Perciò, bisogna adottare la “simpatia” per convincerlo. Nel fare questo, però, lo Stato snatura una tassa plasmandola in un’offerta spontanea (mettendosi al pari dell’8 per mille alla ricerca o alla Chiesa cattolica, o anche agli spot di promozione degli enti non-profit). Il canone diventa qualcosa che si può non pagare.

La seconda risposta, meno cinica e severa, ma forse anche più drastica, si porrebbe su un piano concettuale: si da per ovvio che comunque gli spettatori dello spot pagheranno il canone, me si vuole insistere nello spiegare le ragioni di questa tassa. Nell’occasione si tenta anche di farla pagare a quelli che magari sono portati a non pagarla (e si torna al primo punto), ma l’autentica finalità è di ordine politico: lo Stato spiega le ragioni del pagamento di una tassa. E’ come una pubblicità progresso promossa dalle istituzioni per far recuperare ai cittadini il senso civico e per responsanilizzarli (come lo spot sulla Calabria con Gattuso). Forse, c’è anche la coscienza del margine di illegittimità della tassa, e la pubblicità vuole frenare lo stimolo della medesima coscienza da parte del pubblico, tentando di “bloccarla sul nascere”.

In entrambe queste formule, resta il paradosso di fondo: nel nostro paese si pubblicizza il versamento di una tassa, perchè si presuppone la possibilità che essa non venga pagata! E questa logica è in contraddizione con qualsiasi sistema penale e legale di un paese democratico, poichè le leggi dello Stato sono pura e fredda razionalità, non possono ammettere la possibilità che esse non vengano rispettate. IL margine del “buon senso” appartiene alla magistratura (che il più delle volte ne fa anche a meno), non certo allae leggi, che non dovrebbero ammettere o pronosticare omissioni o alternative.

Commenti dei lettori

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  • Profilo di thenoise

    thenoise

    06 Feb 2010 - 15:22 - #1
    0 punti
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    Giustissime osservazioni. Ma aggiungerei un terzo punto non meno importante.
    La Rai deve fronteggiare Mediaset e non riesce a giustificare il pagamento del canone in risposta ad un’azienda che offre un servizio gratuito. L’italiano congenitamente potenziale esattore come hai detto tu, non capisce il perché delle tasse perché come per la maggior parte delle tasse che paga, l’imposta non ha un ritorno, non è un investimento per un servizio ricevuto. Nel caso della Rai l’esempio è magistrale: l’azienda pubblica si è adeguata all’offerta dell’azienda commerciale risultandone goffamente abbrutita; il palinsesto Rai è una brutta copia di quello Mediaset a cui si è dovuta bruscamente adeguare per il calo di audience subito dagli anni 90 ad oggi. Invece di proporre un’alternativa valida e mantenere una coerenza col proprio passato, la Rai ha smarrito un’identità, plasmandosene una nuova su quella turpe della Mediaset. E la gente ha smarrito ancora di più il contatto con una potenziale (per me impossibile e inesistente) Tv “di qualità” perdendo di vista sempre di più lo scopo per cui pagare il canone.
    La faccia più inquietante di quello spot è a mio avviso la Tv che entra in casa, come se dalla sua nascita ad oggi non avesse violentato abbastanza l’intimità di questo pseudo-popolo che siamo diventati.