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Italia amore suo: l'attesa esibizione dello pseudo-principe tra volgarità e insulsaggine

Sono passati pochi minuti dall’esecuzione al Festival di Sanremo del pezzo dello pseudo-principe Filiberto e Pupo, intitolata Italia amore mio. Che la canzone fosse brutta e che il[...]



Sono passati pochi minuti dall’esecuzione al Festival di Sanremo del pezzo dello pseudo-principe Filiberto e Pupo, intitolata Italia amore mio. Che la canzone fosse brutta e che il ballerino/showman/politico mancato di casa Savoia non sapesse cantare, ci avremmo potuto giurare (e in un certo senso ne avevamo già parlato: link]. Purtroppo però, ciò a cui si è assistito è assai peggio: la canzone è un fatto molto grave, un caso unico nella storia non solo del Festival ma un po’ di tutta la storia della cultura italiana.

Emanuele Filiberto infatti ha cantato una canzone per difendere sfacciatamente se stesso; di pezzi che omaggiano qualcuno ce ne sono stati, e molti, ma non mi pare di ricordare pezzi che omaggiano lo stesso esecutore. Ancor più grave è che il pezzo sia stato composto ed eseguito in coppia: Pupo è il sostenitore dell’immagine del suo amico, è la voce esterna che rafforza la logica di assoluzione e di accusa alla storia perchè la depersonalizza dal diretto interessato. Pupo assume quasi la parte che il coro aveva nella tragedia greca di Euripide: diventa il cittadino e lo “spettatore ideale” per dirla con Schlegel, quasi incarnasse il pensiero di tutti i buoni e affettuosi italiani, mentre l’eroe tragico è sul palco in bella visione. La parte chiamata in causa è sul palco, il pezzo è autoreferenziale, ma si garantisce il beneplacito del popolo per mezzo di Pupo che duettando con lui vuole incarnarne il pensiero.

La canzone è un pretesto per un’operazione profondamente politica, di relegittimazione di una certa prospettiva storica; utilizzare il linguaggio della canzone popolare e leggera è uno stratagemma astuto quanto volgare, perchè significa incentivare l’empatia e i buoni sentimenti per riscrivere la storia. E che la storia debba esere riscritta è un’esigenza provata da gran parte dell’attuale classe dirigente.
C’è poi un paradosso di fondo: in altri paesi, se i reggenti si fossero resi responsabili di ciò che hanno commesso i loro equivalenti italiani, probabilmente sarebbero stati condannati a morte. Si è preferito il ben più civile esilio, che si è reiterato per un’unica generazione! La legge italiana ha concesso poi alla seconda generazione, rappresentata dallo pseudo-principe, di far ritorno nella penisola. Il punto è: allora perchè cantare come se si fosse ancora in esilio, e insultare le decisioni legittime prese nel corso della storia? D’altronde, allo pseudo-principe, lo Stato italiano sta restituendo molto in termini di popolarità e di offerta lavorativa.

La monarchia si regge su un fondamento irrazionale (non a caso venne minato dal Secolo dei Lumi): ci sono cittadini che per diritto di nascita sono superiori ad altri. Cioè, non per merito, ma esclusivamente per un caso fortuito che ha voluto che nascessero all’interno di quella determinata casata (la dinastia, la stirpe, spesso garantita da una dimensione teologica che si riflette nella convinzione che il potere è offerto direttamente da Dio; ricordiamoci che anche Hegel sosteneva la monarchia interpretandola come la migliore delle manifestazioni della volontà dello spirito assoluto, al contrario del voto a suffraggio popolare che invece dipende dalla contingenza del capriccio della massa). Perciò, non può esistere monarchia senza sostenere la tesi irrazionalistica che si possono comandare gli altri esclusivamente perchè nati in un certa famiglia; ebbene, come può la monarchia poi rimproverare una decisione costituzionale che segue la stessa logica?

Oltretutto, l’esilio prolungato della famiglia non era una punizione (e perciò è inutile tutta la canzone, quando vuole sostenere l’ingiustizia dello Stato per qualcuno che non ha commesso nulla), bensì una precauzione dinanzi ai difficili anni che l’Italia, a causa dei Savoia, avrebbe dovuto passare dopo la guerra. Insomma, poi il principino è stato accolto ed è ancora bello, giovane ed arzillo, il torto mi sembra essere già stato compensato!
E allora la canzone ascoltata rivela tutta la sua assurdità e ipocrisia: parla di niente (perchè il principino-cantante è felicemente tra noi), e la costruzione attraverso il duetto è una soluzione offensiva perchè funzionale a dimostrare una tesi, ovvero che l’esilio è stata un’ingiustizia e che il popolo italiano è sempre stato dalla parte dello pseudo-principe. Su una cosa concordo con Pupo, che tra le frasi del pezzo sostiene che questo non è un paese normale… loro dicono di amarlo, io invece me ne vergogno ogni giorno di più…

Commenti dei lettori

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  • monarchico

    21 Feb 2010 - 14:04 - #1
    0 punti
    Up Down

    solo una persona piena di pregiudizi può pensare che la canzone del Principe sia assurda e ipocrita.
    E poi come si può sostenere che l’esilio non sia un’ingiustizia?
    E poi come dimenticare che nel 46 la metà degli italiani (e forse di più..) erano per la monarchia?

    Tu ti vergogni di essere italiano solo per una semplice canzone d’amore per la Patria.
    Non dovresti invece vergognarti di essere italiano per come si comporta la repubblica…?