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La dialettica padre/autorità e l'intelligenza dello studente: il caso Renzo Bossi

Di solito si dice che un male diffuso nella scuola dei nostri tempi sia la perduta autorità dell’insegnante: se un ragazzino qualsiasi torna a casa con una nota o una insufficienza, trova nei[...]



Di solito si dice che un male diffuso nella scuola dei nostri tempi sia la perduta autorità dell’insegnante: se un ragazzino qualsiasi torna a casa con una nota o una insufficienza, trova nei genitori persone disposte a perorare la sua causa. Così i genitori si recano a scuola per rivendicare un differente giudizio per il figlio. Fino a non molti anni fa, funzionava diversamente: si tornava a casa a testa bassa, si pensava al modo col quale dare la notizia ai genitori, o magari si preferiva non rendere nota la questione. Questo perchè i genitori erano portati a sovrapporsi con la figura del professore di turno, perciò avrebbe imposto punizioni e avrebbe ordinato cambiamenti di rotta!
D’altronde, avere un figlio in gamba negli studi è un orgoglio di ogni genitore, ed è d’altronde il dovere che ogni buon genitore impartisce a suo figlio. Ed è corretto vantarsene; ma il problema, oggi, è che c’è disinteresse per “come” mio figlio ottenga una promozione o un buon voto. Prima, l’orgoglio era rappresentato proprio da questo “come”: vantandomi del bel voto di mio figlio, mi vantavo della sua istruzione e intelligenza, perciò il “voto” era un mezzo o una metafora per qualcos’altro (la preparazione e la responsabilità assunta). L’irrazionalità dilagante oggi è che il genitore debba inorgoglirsi per il “voto” in sé, fregandosene se esso corrisponda effettivamente alle capacità del figlio, e così facendo “esclude” la stessa possibilità che il figlio prenda brutti voti (”Mio figlio DEVE andare bene…”).

Questo appartiene alla dialettica del genitore: la persona su cui fare affidamento, probabilmente la persona che più ci ama in questo mondo, deve mantenere sempre anche la sua dimensione di autorità, rappresentata dall’altro modello educativo che è il docente. Il docente (che non ha ragioni intrinseche per volerci bene), privo della sfera emotiva, è “la freddezza della legge e del giudizio”; e il genitore, per una crescita sana del ragazzo, deve affiancare quella figura, ovviamente solo nel caso in cui tale figura non oltrepassi le specificità del suo ruolo.
Insomma, in quanto ama il proprio figlio, il genitore deve più volte assumere il profilo punitivo e autoritario; questo anche, e soprattutto, perchè l’intelligenza dell’adolescente si sviluppa solo in tali condizioni. Se l’adolescente trova nei genitori dei cavalieri pronti a difendere sempre e comunque le sue cause, anche quando ha torto, allora non solo non è in grado di sviluppare il suo senso morale, ma viene compromessa la sua stessa intelligenza. Per intelligenza non intendo banalmente la “cultura” che può venire assimilata negli anni della scuola, bensì la capacità di pianificare delle “soluzioni alternative”, sviluppare il senso del “pericolo”. Per fare un esempio, se so che dinanzi alla bocciatura avrei comunque tutta la famiglia dalla mia parte, allora non sarebbe una grave perdita; ma se, oltre all’anno perduto, so che avrei delle gravi ripercussioni anche in famiglia (anche per il semplice fatto che i miei genitori potrebbero restarne mortificati) , allora il mio impegno e il mio studio potrebbero venirne incentivati. Oppure, se sono consapevole del fatto che, se mio padre mi trova in giro che ho marinato la scuola potrebbe farmi passare più di un brutto quarto d’ora, allora sono incentivato a pianificare bene le mie assenze, calibrando i tempi, facendo assenze mirate, stando attento di non venire scoperto. Anche questo significa stimolare l’intelligenza, e questo è possibile solo quando il genitore mantiene la dialettica dell’amore/autorità.

Renzo Bossi, il figlio di Umberto, è stato bocciato svariati anni prima di passare la maturità; il padre lo ha premiato candidandolo nelle liste della Lega alle prossime elezioni. Ovviamente, da bravi italiani come sono, Umberto e figlio si sono comportati in un modo assai prossimo di quello che loro definirebbero “tipico terrone”: il padre indignato della decisione del professore ha tentato tutti i ricorsi possibili, e poi, certo della buonafede e della superiorità del figlio, dopo il diploma lo ha ricoperti di allori; e come un malavitoso siciliano, lo candida per una bella caricuccia al pubblico ufficio. Certo che essere “italiani” a volte fa comodo…

Essere bocciato per 3 anni all’esame di maturità non significa essere dei dementi, o non avere più spazio nel mondo; significa, d’altronde, che lo studio non è il proprio campo, e che non avendo lo spirito di rsponsabilità (frenato dall’accondiscendenza indiscriminata del padre buono) non può nemmeno assumere cariche pubbliche perchè incompatibile con qualsiasi ruolo politico. Potrebbe diventare un dignitoso artigiano, o un operaio, o un semplice mantenuto dai genitori, ma evitiamo che possa far danni in politica: un personaggio del genere è terribilmente pericoloso, perchè al di sotto dell’istruzione media, noncurante dell’autorità, e con tutte le porte già spalancate grazie al padre…
…non mi stupirei se tra 20 anni sarà lui il maggior artefice di una guerra civile.