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Judith Butler: dalla filosofia del genere sessuale alla critica alla violenza

Si sa che il mondo della filosofia non sia stato particolamrente lusinghiero nei confronti delle donne; seppur spicchino figure di assoluta rilevanza nel corso della storia (dal caso particolarmente[...]



Si sa che il mondo della filosofia non sia stato particolamrente lusinghiero nei confronti delle donne; seppur spicchino figure di assoluta rilevanza nel corso della storia (dal caso particolarmente affascinante di Ipazia d’Alessandria, a quella che è stata una delle voci intellettuali più incisive e importanti del Novecento, ovvero Hannah Arendt), è evidente che si tratti pur sempre di un rapporto di minoranza nei confronti dei colleghi uomini.
Nel corso degli ultimi decenni, però, si sta facendo strada una generazione di numerose pensatrici e filosofe in grado di proporre suggestive riflessioni e analisi del mondo contemporaneo.

Tra queste, spicca il nome di Judith Butler, filosofa americana classe ‘56, perciò anche relativamente giovane rispetto ad altri nomi stimati, essendosi affermata a livello internazionale già nel 1990 con Gender Trouble, opera nella quale emergevano quelle che sarebbero state le direttrici di tutta la sua carriera avvenire. Butler infatti iniziò a sviluppare la sua critica alla nozione ontologica e antropologica di “genere”, concepito come necessità naturale; questa dimensione ha portato all’instaurazione di una società rigida, dove il genere sessuale viene imposto esteriormente e dove viene perseguitato il libero atto di scelta. Le categorie classiche sono quelle imposte a livello sociale, che per garantirsi un’efficacia vengono spacciate per “naturali”; la Butler rivendica invece la funzione “performativa” del genere, concependolo come libera e volontaria espressione dell’io. Per queste ragioni, la Butler è stata accolta nella definizione di pensatrice post-strutturalista, ed è diventata, nel giro di pochi anni, la più importante protagonista nel campo delle teorie femministe e della cosiddetta teoria queer.

Nell’ultima fase della sua ricerca, la Butler si è concentrata sul significato e le modalità della “violenza”, assunta come strumento di dominio da parte del potere vigente; reagire alla violenza del potere non significa restituire la violenza, quanto rispondere con la violenza della non-violenza, uno scandalo per il pensiero che infatti si inscrive all’interno dell’utopia impossibile. La lotta contro la violenza accetta la violenza stessa, che garantisce identità e sostanza all’azione; ciò che viene negato dalla violenza istituzionale del potere è la “vulnerabilità” del corpo altrui, e l’unico modo efficace e coerente di opporsi ad esso e di riconoscere tale vulnerabilità negando la violenza, facendo violenza alla violenza. Una delle poche possibilità concesse per non precipitare continuamente nella disgrazia delle guerre omicide.