Il vulcano islandese e la falla nel Golfo del Messico: significati dell'odierna confusione tra uomo e natura (parte seconda)

Nel secondo avvenimento, meno grave del primo, ovvero l’eruzione dell’impronunciabile vulcano islandese che ha mandato in tilt gli aereoporti di tutto il continente, le cose sembrano più[...]



Nel secondo avvenimento, meno grave del primo, ovvero l’eruzione dell’impronunciabile vulcano islandese che ha mandato in tilt gli aereoporti di tutto il continente, le cose sembrano più chiare: la natura ci ha mostrato come la rincorsa tecnologica del progresso umano al dominio dei fatti e del tempo, può sempre dimostrare la sua stoltezza e i suoi limiti. E’ la natura stessa che, quasi come un capriccio, può sempre dimostrare come tutti gli sforzi dell’uomo, e anche tutta la sua evoluzione e storia millenaria, siano poca cosa dinanzi a essa; il pianeta che ci ospita vive a prescindere dall’uomo, non è in sua funzione. La cosa curiosa è che, pensando a come noi uomini stiamo devastando questo pianeta, il pianeta ha dato un segno di vitalità che non è la reazione a un torto subito: d’altronde è accaduto in maniera spontanea, in un luogo dove la natura è tutelata in maniera maniacale. In questo caso l’uomo non c’entra proprio nulla, è solo che si trova “accecato” dalle polveri e dai detriti sputati da quella natura che reputarla sua amica sarebbe la massima ingenuità (la natura non è amica di niente e nessuno). L’accecamento della “nebbia” è cosa diversa, simbolicmente parlando, della “macchia nera”: non incarna un peccato morale, e al contempo non è Male in sé perchè pericolosa per chi ne viene investito. La nebbia si limita ad “oscurare”, a negare il senso della vista che è stato lo strumento centrale dell’uomo nel corso della sua storia e della sua cultura. Efficace allegoria della cecità che investe l’uomo nella contemporaneità, e che lo costringe a muoversi in assenza di finalità chiare? O dimostrazione dell’indifferenza della natura nei confronti dell’uomo? O forse, ancora meglio, dimostrazione dell’ingenuità dell’uomo, convinto di poter “controllare il tempo” e perciò di annullare “l’imprevedibile” grazie ai mezzi della propria tecnica; la dimostrazione di tale piccolezza non è solo la natura a mostrarcela: pensandoci bene, sono gli stessi mercati finanziari ad avercelo dimostrato, come se la cultura diventasse “seconda natura” incarnando quell’al di là dal controllabile e dal gestibile, qualcosa di creato dall’uomo per l’uomo per finalità pratiche, ma che poi si svincola dal suo giogo per assumere un’autonomia pericolosa per le sorti dell’uomo stesso.

Non è stato lo stesso per la falla del Golfo del Messico? Pur essendo un materiale naturale, il petrolio necessita dell’intervento dell’uomo per fuoriuscire attarverso la trivellazione; l’opera dell’uomo rientra nella natura? si tratterebbe perciò di un’identità assoluta della natura inscritta schellinghianamente in sé stessa? oppure, la cultura dell’uomo tenta di imporre i propri criteri alla natura, ed essa cultura si rovescia in “seconda natura” nell’incontrollabilità delle proprie conseguenze ed effetti?

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