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La strage di via D'Amelio: valore simbolico e ipocrisia

La morte di Borsellino e Falcone sembrano essere state totalmente inutili. Per diversi aspetti, però, il loro sacrificio continua ad avere un valore simbolico di grande speranza.



Sono passati 18 anni dalla strage di via D’Amelio, che vide vittime del tritolo il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta; a ridosso di tale anniversario, un evento increscioso ha catturato l’attenzione della cronaca, ovvero il danneggiamento delle statute di gesso dedicate a lui e a Giovanni Falcone. Come era ovvio, ora tutti i rappresentanti delle istituzioni rendono omaggio ai due eroi, deprecando l’accaduto e spendendo parole di stima e riconoscenza verso chi ha sacrificato la propria vita per la guerra contro la mafia.

Questa serie di fatti mette in luce un doloroso cortocircuito tra ipocrisia e legittimazione dell’opera storica svolta dai due giudici; il loro contributo è infatti molto superiore agli effettivi risultati pratici. Se indaghiamo in maniera attenta, è palese come la mafia abbia continuato a dominare l’economia e la società italiane, anzi, probabilmente dagli anni Novanta ha incrementato la propria influenza e potere sovrapponendosi in maniera compiuta con la politica. Falcone e Borsellino però sono riusciti a segnare l’immaginario simbolico del nostro paese, specie tra le nuove generazioni: solo con la morte (e questo può ben essere considerato un male) sono riusciti a riscattare un cinismo sempre troppo diffuso nel nostro paese. Morendo da eroi, la loro figura si è cristallizzata nella simbologia della lotta contro il male, hanno radicato la loro positività al di là di qualsiasi dubbio.

A rincarare il valore del sacrificio dei due, paradossalmente, è stato proprio l’oltraggio alle statue commemorative, ben più della retorica verbale di personaggi che cercano di scansare l’imbarazzo di un ormai comprovato coinvolgimento nelle attività criminali. Ferire il simbolo, inveire contro di esso, significa potenziarlo ulteriormente, significa che anche la parte “lesa”, la parte avversaria, è cosciente della forza che quei due uomini ancora oggi continuano ad avere e a trasmettere. L’atto vandalico, probabilmente voluto dai stessi settori mafiosi ancora oggi operativi a Palermo, fa onore ai caduti, ricorda che siamo in guerra, che si è o da una parte o dall’altra. Ben altra cosa è l’ipocrisia di chi, seppur oggi sia alla luce del sole la comprovata trattativa tra Stato e Cosa Nostra ed emergano inquietanti scenari di gestione massonica del potere, si riempie la bocca con lodi e apprezzamenti; il punto è che la sussistenza di tale classe politica, la stessa di chi oggi recita la parte del buon politico italiano, è un’offesa alla morte di Borsellino, come lo è stata la scomparsa del tanto ricercato “libretto rosso”.

Col solo esistere in quanto politici, loro offendono il simbolo della lotta alla mafia, perchè sono la causa del fallimento di tale lotta, nonché ragione dell’inutilità della morte di chi è stato ammazzato per essa; ma a tale morte è stato restituito il proprio legittimo valore simbolico involontariamente, per mano dei nemici giurati al momento dell’offesa alle statue. Attraverso quell’atto, i mafiosi sembrano dirci “continuiamo ad odiarli“, mentre le dichiarazioni delle istituzioni locali e nazionali sottointendono “abbiamo vinto noi!“.