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Voler vivere per sempre e volere volare: desiderio e ipocrisia

Qual'è uno dei sogni costanti dell'uomo, nel corso della sua evoluzione e storia? Cosa ha desiderato l'uomo ardentemente tentando in ogni modo di raggiungerlo? Senza dubbio, parecchie cose...ma tra queste due sono quelle che rappresentano le ambizioni eterne del genere umano: l'immortalità e volare!



Sembrano desideri ovvii, che risponderebbero alla richiesta di compensare dei limiti propri della natura umana; ma cosa nascondono queste convinzioni radicate nel profondo della nostra coscienza, individuale e collettiva?

Che cosa significa desiderare di “non morire”? Da un lato propriamente antropologico, significherebbe volere “non essere uomini”, e in quanto l’uomo è “volontà”, diviene evidente una contraddizione irresolubile! Noi siamo esseri desideranti in base alla nostra stessa natura, se fossimo altro da ciò che siamo (altre specie animale, o altro ente…), non potremmo ambire alle stesse cose. L’uomo, in termini heideggeriani, è sempre “essere-per-la-morte”: il suo sentire, il suo orizzonte esistenziale, la sua vita si rapporta, anche se subliminalmente, sempre e comunque all’ineludibilità della morte. La morte ci accompagna, essa non è l’opposto della vita (al massimo sarebbe complementare al nascere); d’altronde, cosa significherebbe non morire mai? Quando chiediamo questo, in realtà stiamo chiedendo di cristallizzare la nostra esistenza in una data condizione fisica e mentale: si potrebbbe invecchiare all’infinito, fino a vedere la propria pelle sciogliersi gradualmente, oppure assistere al proprio corpo martoriato dalle malattie, o magari diventare sempre più senili fino alla completa perdita della coscienza di sé.
Quello che perciò noi chiediamo, quando chiediamo l’immortalità, è la giovinezza infinita, oppure la costanza di una condizione di sanità e l’annullamento del dolore. La cosa più drammatica, per l’uomo, sarebbe infatti un genio della lampada che realizzasse i suoi desideri prendendoli alla parola!

Così è anche per il volo: l’uomo guarda ammirato e invidioso gli uccelli, e in diversi modi ha tenato di imitarne le caratteristiche per raggiungerli in cielo. E ci è anche riuscito: iniziando con i progetti di Leonardo, fino all’invenzione dell’aereo e dell’elicottero. L’uomo vola, ma ciò che gli piacerebbe più di ogni altra cosa sarebbe avere le ali, essere come un uccello, sfrecciare da un punto all’altro planando sui luoghi sentendo l’aria infrangersi contro il volto.
Ma anche qui, cos’è che chiede veramente l’uomo? Volare? No, in fondo l’uomo vuole vedersi semplificata la vita, come nell’altro caso. L’uomo vorrebbe spostarsi velocemente senza faticare, senza perdere tempo nel traffico; vorrebbe arrivare in pochi minuti dall’altra parte della città senza fare una goccia di sudore. Il volo è un mero pretesto: a ben vedere, se l’uomo avesse le ali, farebbe una gran fatica a portarsele dietro, e sarebbe anche molto faticoso imparare ad usarle e al contempo manovrarle in cielo. Volare sarebbe altrettanto - se non più - faticoso del correre.

Perciò, dietro alle immagini peotiche della nostra retorica, spesso si cela un triste desiderio egoisticio e ipocrita; l’uomo in realtà ha sempre desiderato una cosa sola, semplificare la propria vita, ridurre la sofferenza, e rimediare ai limiti della natura riducendo gli sforzi. Come diceva Kafka: “L’ozio è il primo dei vizi e il fine di ogni virtù“.